domenica 6 aprile 2008

Magie fotografiche


Con una piccola magia i gianca sono diventati due! :-)

HIERONYMUS BOSCH ISPIRA FRANK GEHRY


Jeroen Van Acken Anthoniszoon, universalmente noto come Hieronymus Bosch, nacque intorno al 1450 in un villaggio del Brabante Settentrionale, zona che oggi corrisponde all’Olanda. Nipote di un pittore di soggetti sacri e figlio di un modesto artigiano, divenne piuttosto benestante grazie a un buon matrimonio e a una cospicua eredità. Cominciò la sua attività artistica nel 1475, ed ebbe subito un grande successo. La sua fama fu immediata e grandissima perché le sue prime opere sono effettivamente dei capolavori, ma anche perché la sua arte è davvero calata nello spirito dei tempi. A ciò seguì un periodo di oblio, prima della riscoperta definitiva, in cui Bosch fu semplicisticamente definito un "produttore di mostri". In effetti, le opere di questo artista sono un concentrato di simboli magici, di invenzioni fantastiche umane e animali, un campionario di creature che ben poco hanno a che spartire con la realtà.


Non sono però soltanto il frutto di una fantasia sfrenata: se non c’è riscontro diretto nella natura, questo esiste nella cultura, soprattutto quella popolare. I motivi ripresi da Bosch sono spesso quelli dei racconti folkloristici tramandati per tradizione orale o nelle letterature fantastiche in cui i paesi del Nord Europa sono maestri. Secoli dopo, allegorie, onirismi e simbologie si riveleranno interpretabili alla luce delle teorie psicoanalitiche freudiane, dimostrandosi cosi specchio dell’inconscio. Gli anni in cui visse e maturò Bosch furono colmi di splendori artistici e di conquiste e scoperte: Botticelli nel campo figurativo, Chaucer in quello letterario, Diaz e Colombo in quello geografico, contribuirono a creare un clima di deciso rinnovamento. Ma furono anche tempi di guerre, di violenze, di fanatismi religiosi: venne istituita l’Inquisizione spagnola, si aprì la caccia alle streghe e si perseguì con crudeltà la magia e quanti la praticavano.

Specchio dello spirito dei tempi
In linea con lo spirito di tempi cosi complessi e pieni di contraddizioni estreme sono le prime opere di Bosch. Il suo esordio consiste, a detta di molti studiosi, nella tavola conservata al Museo del Prado di Madrid, La cura della follia. Ancora un po’ duro nei contorni, possiede però la novità di uno sfondo che si apre all’occhio e spazia sconfinato, che è motivo ricorrente nell’opera del pittore e del tutto inedito in Olanda fino a quel momento. Il tema si chiarisce osservando i particolari: la borsa del personaggio seduto, trafitta da un pugnale e il tulipano, simbolo di denaro, che fuoriesce dalla sua testa e che sta per essere reciso dal chirurgo, la dicono lunga sull’attività dei medici che inventano assurde cure per spillare quattrini agli sciocchi. Un tema come I sette peccati capitali non poteva non interessare un artista come Bosch. L’opera era in origine il ripiano di un tavolo, lavoro decisamente insolito almeno per l’area olandese. Un grande tondo centrale, simboleggiante l’occhio di Dio, porta al centro la figura del Cristo e tutt’attorno le scene dei sette peccati, ricchi di particolari grotteschi, con un intendimento chiaramente morale. Nei quattro tondi posti agli angoli del tavolo ci sono i Misteri Novissimi: Morte e Giudizio, Inferno e Paradiso. Anche questo lavoro è al Prado di Madrid. Il tema dei ciarlatani pronti a imbrogliare gli sciocchi torna in un’altra opera anteriore al 1480: Il prestigiatore del Musée Municipal di Saint Germain en Laye. Infatti allo spettatore incantato dal gioco sta per essere sfilata la borsa. Più maturo nella composizione e nel colore, benché le figure si presentino ancora piuttosto piatte, è La nave dei folli, nel parigino Museo del Louvre. Un gruppo di varia umanità, tra cui in posizione principale alcuni rappresentanti del clero, va alla deriva fisica e morale su una barca in cui si compie ogni genere di peccato. Il tema della nave trovava ampi riscontri nelle Fiandre quattrocentesche soprattutto in campo letterario.

I trittici maggiori o il trionfo dell’allegoria
Una delle opere più importanti dell’olandese è il Trittico del Fieno, che si fa risalire ai primissimi anni del 1500 e che oggi si trova al Prado di Madrid. Chiudendo i due pannelli laterali appare il cammino della vita, una strada sconnessa circondata da ogni sorta di rappresentazione del vizio; la parte interna riporta, nello scomparto di sinistra Il peccato originale, in quello di centro Il carro del fieno e a destra Le costruzioni infernali.

Qui l’autore va al di là di tutte le fonti sia bibliche che popolari per avventurarsi nella pura invenzione iconografica come dimostra il motivo, in alto a sinistra, della caduta degli angeli ribelli che si trasformano in grossi insetti. Del tutto inedito, dà il via a una delle caratteristiche ossessioni boschiane, la mutazione. Il tema centrale può essere derivato da un proverbio popolare fiammingo che dice: "Il mondo è come un carro di fieno, ciascuno ne arraffa quanto può". Stilisticamente ancora più compiuto è il Trittico delle delizie, anche questo al Prado di Madrid. Magnifica è la stesura del colore, limpidissimo e trasparente, e riuscitissima è la complessa composizione che riesce a legare microcosmi completi e perfetti dal punto di vista prospettico tra di loro e con l’insieme del paesaggio, raggiungendo una notevole solidità strutturale nonostante le infinite variazioni. Gli scomparti chiusi raffigurano La creazione del mondo; all’interno, da sinistra: Il paradiso terrestre, Il giardino delle delizie, il più ricco di invenzioni magistralmente disposte nello spazio, e L’inferno musicale.
Un’altra tematica che ebbe in Bosch ampio respiro è quella delle Tentazioni di Sant’Antonio, centrale in un altro splendido trittico del Museu Nacional de Arte Antiga di Lisbona. Il soggetto venne ripreso dal pittore in moltissime varianti, poiché particolarmente adatto a sbrigliare la fantasia nell’inventare ogni genere di creature che, in veste di tentazioni, circondano il Santo in meditazione. Uno splendido esempio è, ancora una volta, al madrileno Prado, dove si conserva anche la copia di un altro, andato purtroppo perduto. Diversissimi, sono ugualmente ricchi di inventiva fiamminga nei dettagli come nel paesaggio, mentre il colore assume tonalità sempre più cristalline. Capace di toni pacati e soavi come di feroce figurative, il pittore dimostra la sua versatilità in due opere di Madrid, il dolcissimo San Giovanni Battista in meditazione (Museo Lazaro Galdiano) e il terribile Cristo portacroce (Prado), le cui teste deformi si ritroveranno in Goya come torneranno mille spunti boschiani nel surrealismo di Salvador Dali e di Max Ernst.

(tratto da: http://www.tribenet.it/TribeBiografie/bosch_hieronymus.htm )

p.s.questo quadro ha ispirato il famoso architetto Frank Gehry tratto dal documentario "Creatori di sogni" regista Sidney Pollack

sabato 5 aprile 2008

" Le cose che ho imparato dalla vita " di Paulo Coelho


Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:
Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà. E per questo, bisognerà che tu la perdoni.
Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.
Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano.
Che le circostanze e l'ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi.
Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti, o essi controlleranno te.
Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze.
Che la pazienza richiede molta pratica.
Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo.
Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai, è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti
Che solo perché qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa che non ti ami con tutto se stesso.
Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze: sarebbe una tragedia se lo credesse.
Che non sempre è sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso.
Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari.
Forse Dio vuole che incontriamo un po' di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta, così quando finalmente la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo.
Quando la porta della felicità si chiude, un'altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.
La miglior specie d'amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti come se è stata la miglior conversazione mai avuta.
È vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi.
Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un'ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo.
Non cercare le apparenze; possono ingannare.
Non cercare la salute, anche quella può affievolirsi.
Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia.
Trova quello che fa sorridere il tuo cuore.
Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!
Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare.
Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice.
Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.
Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino.
La felicità è ingannevole per quelli che piangono, quelli che fanno male, quelli che hanno provato, solo così possono apprezzare l'importanza delle persone che hanno toccato le loro vite.
L'amore comincia con un sorriso, cresce con un bacio e finisce con un the.
Il miglior futuro è basato sul passato dimenticato, non puoi andare bene nella vita prima di lasciare andare i tuoi fallimenti passati e tuoi dolori.
Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano. Vivi la tua vita in modo che quando morirai, tu sia l'unico che sorride e ognuno intorno a te piange.


Paulo Coelho

venerdì 4 aprile 2008

"Frank Gehry creatore di sogni"


Esistono diversi punti in comune tra architettura e cinema, come ha messo in rilievo l'estetica del post-moderno. Sarà forse per questo se Sydney Pollack, il grande cineasta americano che rifondò i generi negli anni 70, ha realizzato un film così in sintonia col talento dell'architetto d'origine canadese Frank Gehry pur non (lo ha dichiarato lui stesso) capendo niente di architettura né avendo mai fatto un documentario.

Gehry ha sovvertito tutte le regole classiche di costruzione, disegnato spazi prima impensati, vinto la forza di gravità: ha costruito musei, ospedali, banche, edifici pubblici di ogni genere, tra cui il Museo Guggenheim di Bilbao o il Concert Hall Disney di Los Angeles; case private, come la villa di Dennis Hopper a Venice Beach.

L'interesse maggiore di Frank Gehry creatore di sogni risiede nell'essere tutt'altro che un documentario biografico sulla vita e le opere di un artista di genio. Niente di didattico: Pollack, che dell'architetto è amico personale, lo ha concepito come una serie di sketch (il titolo originale è proprio "Sketches of Frank Gehry"), di conversazioni a due senza traccia né ordine preciso, ma tali da farci entrare in confidenza col personaggio e con la sua libertà d'espressione. Lo sentiamo parlare di opere concrete e di progetti irrealizzati, lo vediamo manipolare modellini e aggirarsi all'interno di alcune delle sue opere. Condividendo con Pollack il piacere di scoprirne l'imprevedibile itinerario creativo. (r. n.)

fonte
http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/spettacoli_e_cultura/cinema/recensioni/frank-gehry/frank-gehry/frank-gehry.html

mercoledì 2 aprile 2008

LA CARICA DEI 101


Grande fuga in 101
Rudy e Anita si sono appena sposati, e vivono nella loro casa di Londra insieme a due splendidi dalmata, Pongo e Peggy. Quando Peggy rimane in cinta e partorisce ben quindici cuccioli, i nuovi arrivati portano una rinnovata allegria nel clima già sereno del nucleo familiare, ma attirano anche l’attenzione della malvagia Crudelia De Mon, ex compagna di classe di Anita: la donna ha una insana passione per le pellicce di animali, e farà di tutto per appropriarsi dei cuccioli; d’altra parte ne ha già acquistati altri ottantaquattro…

Qualche macchia e niente paura
Novantanove dalmata in pericolo e una formidabile alleanza zoologica per salvarli, in uno dei più deliziosi classici Disney: divisa fra una Londra dal fascino ancora vittoriano e le luci soffuse della brughiera, La carica dei 101 è una divertente e freschissima avventura di solidarietà animale, in cui i quadrupedi sopperiscono con la collaborazione e l’iniziativa alla scarsa reattività dei padroni, inermi come il resto degli umani (tanto che i ruoli paiono ribaltati, e il cane Pongo giudica lo stile di vita del suo “bipede”, Rudy, con maggior consapevolezza di quanto non faccia Rudy stesso). Tutto questo in una storia priva di orpelli patetico-retorici, merito dell’ottimo lavoro dell’animatore/disegnatore/sceneggiatore Bill Peet che, a partire da un romanzo per bambini scritto da Dodie Smith, ha arricchito il film con simpatiche caratterizzazioni – ogni personaggio è riconoscibile per le sue peculiarità, nella grande tradizione della personality animation –, con una solida struttura narrativa e con sequenze di pungente ironia (memorabile la fuga dei dalmata mentre la televisione trasmette What’s my crime?).
Ma ad essersi impressa nell’immaginario collettivo è soprattutto lei, l’irresistibile e perfida Crudelia De Mon (Cruella De Vil, in originale), affermatasi ormai in quanto emblema dei “cattivi” Disney: pelliccia e bocchino, arie da gran diva decaduta, sembra nascere direttamente da un noir della Hollywood classica; una vera e propria Barbara Stanwyck a cartoon. E non a caso, La carica dei 101 è il primo film Disney collocabile in una dimensione concreta, contemporanea, in cui sono in gioco relazioni e sentimenti non idealizzati (o comunque meno astratti rispetto al passato).
Adulti, rivedetelo con i bambini.

articolo di Lorenzo Pedrazzi

fonte http://www.spaziofilm.it/content/archivio/articolo_dvd.asp?id=6268

Un bacio romantico



Il primo film americano e in lingua inglese di Wong Kar-wai - che scrive, produce e dirige - è l’estensione di un cortometraggio hongkonghese allegato al DVD di "in the mood for love", con i relativi limiti che un’operazione del genere comporta. Lo spaesamento conduce a qualche vagabondaggio valorizzato nella paesaggistica extraurbana, nella ricerca sulla luce e nella musica "confidenziale", lenta e melodica di Ry Cooder. Ma perlopiù spinge a rinchiudere la trasferta al rassicurante interno di storie da pub, dove si sviluppa una sitcom con più conversazioni che fatti mentre le registrazioni di una videocamera di sorveglianza sul viavai rivelano quanto sia successo e sfuggito all’occhio.

Formalmente artefatto nel culto dell’immagine costruita, vizio di un’attenzione da spot, "un bacio romantico" è dentro una città di buio, insegne al neon, colori accesi e lucidi, e si muove con ralenti, riprese stroboscopiche, messa a fuoco su più livelli, sordi rumori interni. Kar-wai ricorre a facili oggetti-simbolo, quali chiavi legate ad un vissuto ("se le buttassi, delle porte rimarrebbero chiuse e non voglio essere io a deciderlo") oppure il treno di un costante attraversamento di conoscenze, arrivi, partenze, ritorni e soprattutto compartimentazione in episodi. Tuttavia sa guardare a solitudini che si ubriacano addormentandosi al bancone, passionalmente violente e dipendenti ma allo stesso tempo aperte ("ho bisogno di parlare con qualcuno"), e a corporeità etiliche e da sangue al naso che stentano a sviluppare contatto. Gli attori incarnano un’umanità da bar, e la sceneggiatura – cui ha collaborato il giallista Lawrence Block – riserva sviluppi e incontri densi, come anche un romanticismo misurato. Quello di due persone che si sono appena conosciute, e sedute una di fronte all’altra mangiano altrettanti dolci differenti, o di cartoline senza mittente, o ancora dell’attesa per l’arrivo di un bacio confuso tra alcol e sonno.

La frase: "Quando te ne vai dai posti, di te resta solo il ricordo che hai lasciato agli altri".

Federico Raponi
fonte http://filmup.leonardo.it/myblueberrynights.htm

L'amore secondo Dan


Dan ( Steve Carell) è un giornalista rimasto vedovo, padre di tre figlie ribelli, e con una famiglia numerosa con cui dovrà passare un week-end nella casa dei genitori a Rhode Island. Durante il viaggio Dan conosce l’affascinante Marie ( Juliette Binoche) di cui s’innamora, per scoprire solo successivamente che Marie è in realtà la compagna di suo fratello Mitch ( Dane Cook), e che dovranno passare insieme il week-end.
Durante i due giorni Dan dovrà affrontare il sentimento crescente per Marie, le ardue decisioni da padre, le delusioni delle figlie, il rapporto con i genitori e i fratelli, il tutto condito da un susseguirsi di gag esilaranti. “L’amore secondo Dan”, o meglio “Dan in real life” in lingua originale, scritto e diretto da Peter Hedges, autore del libro “About a Boy” , di cui ha anche adattato la sceneggiatura per la versione cinematografica, racconta l’innamoramento e i sentimenti di un uomo maturo in maniera fresca e divertente, senza mai cadere nel melenso o nello scontato.
Il film viaggia quindi sulle ali dell’umorismo, aiutato da una piacevole colonna sonora e alla bellissima casa situata in una baia di Rhode Island, dove gli effetti di luce sul mare rendono ancora più intense le emozioni che percepiamo dal volto di uno spettacolare Steve Carell che si conferma, dopo il successo “40 anni vergine” e la parte in “Una settimana da Dio” uno dei migliori attori comici in circolazione.
Il resto del cast fa comunque la sua bella figura, la Binoche è bella, affascinante e divertente, come sono bravissimi il fratello interpretato da Dane Cook, il cognato, le sorelle i genitori e le tre figlie a rendere frizzante quella che è la classica riunione di famiglia all’americana.
Una nota stonata, che potrebbe rientrare nelle piccole curiosità: nella parte centrale del film è possibile osservare, guardando in alto dello schermo, il microfono e il braccio che lo regge utilizzati dalla troupe.
Ottima commedia per tutta la famiglia, che fa riflettere soprattutto sul fatto che si possa fare un film regalando un’ora e mezza di risate usando un umorismo pulito e semplice, ma allo stesso tempo immediato, diretto e spassoso.


articolo di 24/03/08 - di Carlo Brunelli
fonte http://www.meltinpotonweb.com/?q=articoli/recensione-film-lamore-secondo-dan.php