domenica 9 marzo 2008

Il Piccolo Principe di K-Pax


Ciao a tutti, mi presento, il mio nome è Giancarlo e c’è chi mi ama chiamare Gianca.
Provengo da una lontana e sperduta galassia dell’Universo e il mio pianeta si chiama K-Pax.
Dovete sapere che da noi, non esiste il processo d’invecchiamento e siamo rimasti tutti eterni bambini e giochiamo dalla mattina alla sera, per poi riposarci nelle nostre notti stellate.
Da noi, ci sono due Soli e due Lune e non esiste la Guerra, l’Odio e il Male. L’Amore ci circonda con il suo calore e splendore. Ad ognuno di noi è stata concessa la possibilità di visitare un altro pianeta, ad unica condizione che consiste nella rinuncia della nostra eterna giovinezza ed immortalità. Una volta arrivati sull’altro pianeta, potremo fare ritorno al nostro pianeta K-Pax, ma inizierà per noi il processo di vecchiaia delle nostre cellule, che con gli anni ci trasformerà come voi in tante buffe persone anziane.
La mia scelta, l’avevo già presa da tempo e un bel giorno, mi decisì che era venuto per me il momento di scoprire nuove realtà e nuovi mondi.
Il pianeta si chiamava Terra e il suo buffo nome mi ispirava ed in un lampo-luce fui teletrasportato sul vostro globo terrestre.
Ebbe inizio per me una nuova e magica avventura che mi regalò emozioni che prima non avevo mai provato e non credevo potessero mai esistere.
Ho scoperto nuovi sentimenti, il primo fra tutti L’Amicizia e mi sono divertito un mondo ad ascoltare tante note buffe che unite formano quella che voi chiamate la Musica e grazie a marchingegni di nuova generazioni chiamati I-Pod ho passato tante ore di pura felicità musicale!
Ho letto fiumi di parole grazie a dei formati strani che voi chiamate libri e ho visitato luoghi curiosi d’Arte e posti magnifici camminando come voi formiche sempre di corsa per le strade della vostra città che si chiama Milano, oppure Milan, ma penso che questa sia una squadra speciale che gioca al calcio e ha vinto tanti trofei!...
Poi un bel giorno, mi sono trovato per le mani grazie ad un prestito, un libro meraviglioso dal titolo
“Il piccolo principe” che è la storia di un piccolo principe che viveva su un pianeta talmente piccolo, che poteva ammirare i magici tramonti, ogni volta che lo desiderava, semplicemente spostando la sua sedia.
Unica sua compagnia era una rosa, il cui seme era arrivato lì, chissà da dove. Era una rosa un pochino capricciosa, che costrinse il piccolo principe ad una fuga dal suo pianeta ed iniziò un lungo e tormentoso viaggio che gli fece conoscere personaggi bizzarri. Giunse alla fine sulla Terra e lì, incontrà una volpe, che diffidente agli uomini, decise di farsi addomesticare da questo buffo e piccolo bambino, per poi poter dire che era l’unica volpe al mondo, non uguale alle altre centomila volpi.
Cito alcune parole della volpe:
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano. Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma visto che non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici”.
Poi il piccolo principe incontra un giardino fiorito di rose che però all’inizio lo renderanno infelice e triste e lo faranno piangere. Il suo fiore, gli aveva detto che era il solo della sua specie in tutto l’Universo ed ecco che ce n’erano cinquemila, tutte simili, in un solo giardino.
Ma nel suo viaggio, ne comprende l’unicità grazie agli insegnamenti della volpe stessa che dice:
“ Voi siete belle, ma siete vuote. Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho annaffiata. Perché è lei che ho messo sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa.”
Concludo con una frase, che forse è l’emblema di questo racconto
“Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”…
p.s.
un giorno la mia rosa, mi disse che ero il suo Piccolo Principe e questo è il miglior complimento che una persona potrebbe avere come regalo.

"Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano"...beh io mi sento un eterno bambino adulto di K-Pax, che ora vive sul pianeta Terra!...


gianca il piccolo principe di K-Pax

21 novembre 2008

Tredici variazioni sul tema


Luke Cianelli Il Manifesto

Il destino "più di ogni altra cosa" provoca le Tredici variazioni sul tema (13 conversations about one thing) di Jill Sprecher, regista del midwest per un film newyorkese, di quel genere indipendente che capta le ombre di Tribeca e dintorni, a due passi dalla torri che non ci sono più. Realizzato prima dell'11 settembre e presentato alla Mostra di Venezia 2001, è quasi un presagio nel suo sonnambulismo estatico, nei percorsi di cinque personaggi che variano il tema di quel "destino favoloso" di Jeunet, senza la favola di Amélie, ma con lo stesso impegno nel contrastare la sfortuna. Un tema ricorrente dell'ultimo cinema, sul set di una Manhattan incrocio di fantasmi, dove molti si sentono in balia degli avvenimenti, senza più un'idea di sé, persi nella folla della quinta strada, urtati dal caso. [+]
Il destino "più di ogni altra cosa" provoca le Tredici variazioni sul tema (13 conversations about one thing) di Jill Sprecher, regista del midwest per un film newyorkese, di quel genere indipendente che capta le ombre di Tribeca e dintorni, a due passi dalla torri che non ci sono più. Realizzato prima dell'11 settembre e presentato alla Mostra di Venezia 2001, è quasi un presagio nel suo sonnambulismo estatico, nei percorsi di cinque personaggi che variano il tema di quel "destino favoloso" di Jeunet, senza la favola di Amélie, ma con lo stesso impegno nel contrastare la sfortuna. Un tema ricorrente dell'ultimo cinema, sul set di una Manhattan incrocio di fantasmi, dove molti si sentono in balia degli avvenimenti, senza più un'idea di sé, persi nella folla della quinta strada, urtati dal caso. Così le storie si intrecciano, e seguono traiettorie imprevedibili in questo film amaro dal retrogusto sweet: basterà un gesto impercettibile perché la piuma di Forrest Gump lieviti altrove e riaccenda speranze. Film di attori e di scrittura (sceneggiatura di Jill - scoperta al Sundance nel 1997 con Cloackwatchers - e della sorella Karen Sprecher), Tredici variazioni sul tema allude a un Hal Hartley meno allucinato, ma ugualmente febbrile negli intrecci thriller che muovono un assicuratore frustrato, Gene (Alan Arkin) con figlio tossico; un marito inquieto, Walker (John Turturro) che lascia la moglie amata, Patricia (Amy Irving) per "cambiare vita" con una collega insegnante alla N.Y.U., Helen (Barbara Sukowa); un giovane avvocato rampante (Matthew McConaughey) e arrogante, spezzato da un incidente d'auto in cui crede di aver ucciso una ragazza, Beatrice (Clea DuVall). E lei, la ragazza delle pulizie, che sopravvive, ma perde la gioia di vivere, convinta che la vita "sia ingiusta" perché a uno fa vincere la lotteria e all'altro lo investe all'angolo di una strada, di notte, mentre la camicia bianca che deve consegnare vola via, sollevata da un vento improvviso. Perché proprio in quel momento? Non c'è nessuna risposta. È il destino. E se in Serendipity, il gioco delle probabilità creava mille occasioni per i due innamorati tra l'Astoria Waldorf e il Rockfeller Center, qui la cappa angosciante avvolge in spirali dark i cinque personaggi. Il perito dell'assicurazione Alan Arkin, inacidito a tal punto da licenziare per scommessa un impiegato del suo ufficio troppo ottimista, sembra l'avaro Scrooge di Dickens, che un bel giorno si ravvede perché ha visto il suo atroce futuro. Il film infatti slitta in variazione non solo emotive ma anche spazio-temporali seguendo uno spunto autobiografico della regista. Jill Sprecher nei primi anni `90 è stata aggredita durante una rapina a NewYork e ha subito un grave trauma cranico. Un anno dopo uno sconosciuto in metropolitana la colpisce senza motivo sulla testa. Flash disperato, che torna in una delle scene più forti del film, quando, come nella realtà, qualcuno sorride a una donna morta dentro, Amy Irving, glaciale e ormai "senza mondo" come direbbe Heidegger per una pietra. Amy-Patricia risponde al sorriso ed esce dallo stato di sbalordimento, ri-nasce. La stessa cosa accadde a Jill Sprecher, che trasmette nel suo film l'onda esultante della rivincita sul destino. "Sono felici coloro che resistono", "Domandati se sei felice" e altri frasi del genere, haiku da cioccolatino, appiano scritti sullo schermo, capitoli di un unico dramma condiviso dai cinque solitari newyokesi, incanalati nella routine metropolitana, e che tutti, alla fine, frantumeranno con l'impercettibile variazione di uno sguardo.
Da Il Manifesto, 5 aprile 2002


da link
http://www.mymovies.it/recensioni/?id=33903

mercoledì 5 marzo 2008

Allo studio il casco della memoria




Roma, 25 gennaio 2008 - Assomiglia a un normale casco che viene indossato per guidare un motorino, sicuramente però a bordo di uno scooter finirebbe per dare un pò nell'occhio. Lo stanno sperimentando i ricercatori dell'università di Sunderland, in Inghilterra, sperando che si trasformi presto in un'arma per combattere l'Alzheimer.

L'elmetto della speranza, infatti, emette bassi livelli di luce a infrarossi e, secondo i ricercatori britannici che lo stanno testando, stimolerebbe la crescita delle cellule cerebrali 'bruciatè dalla malattia neurodegenerativa.
Così, il casco anti-Alzheimer potrebbe presto trasformarsi in una terapia 'salva memorià, una possibilità che attualmente non è garantita da nessuno dei trattamenti disponibili. Sui topi l'elmetto ha dimostrato di funzionare, migliorando sostanzialmente l'apprendimento dei roditori. E i primi test condotti su nove persone hanno dato risultati promettenti.

In estate il casco verrà testato su un centinaio di anziani con problemi di memoria. Verrà indossato da ciascuno per una decina di minuti al giorno: questo il tempo necessario, assicurano gli studiosi che l'hanno messo a punto, per ottenere risultati. L'insolita terapia su cui si stanno accendendo i riflettori Gb ha suscitato l'interesse, naturalmente, dell'Alzheimer's Society britannica, secondo cui "la tecnica è potenzialmente interessante"».

fonte http://qn.quotidiano.net/salute/2008/01/25/61259-allo_studio_casco_della_memoria.shtml

lunedì 3 marzo 2008

Dimenticare aiuta a ricordare



così si seleziona la memoria
di BENEDICT CAREY

CIASCUNO DI NOI, ogni giorno, ha molteplici occasioni per maledire la propria mancanza di memoria. Per esempio quando si cerca di ricordare una nuova password, o la propria ricetta preferita o il nome di un vecchio boyfriend. E si va incontro al buio totale. Ma dimenticare può anche essere una vera e propria benedizione: nei giorni scorsi alcuni ricercatori hanno riferito che la capacità di escludere alcuni ricordi riduce le pressioni sul cervello nel momento in cui si cerca di richiamare alla memoria qualcosa di importante.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience, è il primo a riportare le immagini di un cervello intento a sopprimere alcuni ricordi che potrebbero distrarlo. Quanto più efficacemente i partecipanti all'esperimento riuscivano a escludere alcune parole irrilevanti durante un test di memorizzazione di parole, tanto più rilevante era la diminuzione di attività nelle aree cerebrali coinvolte nel ricordo. In termini di energia richiesta, insomma, ricordare in maniera accurata potrebbe diventare più facile dimenticando.

Il processo col quale si esclude un ricordo che potrebbe distogliere la nostra attenzione, secondo gli esperti è simile a quello con cui ignoriamo una vecchia conoscenza (che forse ci distrae), e la volta successiva che la incontriamo ci riesce molto più difficile riprendere i contatti con lei. Da alcuni studi condotti di recente emerge che il cervello si comporta con i ricordi nello stesso modo: in un certo senso ne snobba alcuni per trattenerne meglio altri. Avere una memoria fulminea, quindi, non dipende tanto dall'avere una particolare attitudine, bensì dal saper sfrondare i ricordi in modo spietato. Lo studio ha catturato le tracce di questo processo mentre è in corso.
"Da tempo sostenevamo che dimenticare ha una sua ragione d'essere, che si cancellano alcuni ricordi per agevolare la concentrazione mentale", dice Michael Anderson, docente di neuroscienze cognitive all'università dell'Oregon. Anderson, che non ha preso parte alla nuova ricerca, ha detto che si tratta di uno "studio molto importante, che ci aiuta a individuare con precisione in che modo tale processo ha luogo da un punto di vista neurobiologico".

I ricercatori autori dello studio, neuroscienziati dell'università di Stanford, hanno utilizzato un test di memoria concepito per misurare quanto bene alcuni soggetti riuscivano a ricordare alcune parole apprese, che erano state inserite in mezzo a molte altre parole simili. Per l'esperimento hanno scelto venti giovani uomini e donne, quasi tutti studenti di Stanford, e hanno mostrato loro in rapida successione un elenco di 240 abbinamenti di parole. Hanno poi misurato quanto bene ciascun soggetto fosse riuscito a dimenticare gli abbinamenti di parole che potevano distrarlo. E tutto ciò è stato effettuato mentre i partecipanti si sottoponevano a risonanza magnetica al cervello.
"Dalla risonanza magnetica abbiamo riscontrato che la portata della diminuzione dell'attività cerebrale era correlata alla quantità di ricordi in concorrenza tra loro che venivano messi in disparte" ha detto Brice Khul, studente di psicologia a Stanford e autore dello studio insieme a Anthony Wagner, Nicole Dudukovic e Itamar Kahn. In particolare, i ricercatori hanno scoperto che quanto più un partecipante allo studio aveva cancellato dalla memoria gli abbinamenti di parole concepiti per distrarre, tanto più rilevante era il calo di attività in una regione cerebrale denominata corteccia cingolata anteriore. Insomma, la gente dimentica così spesso le nuove password per la presenza tra i ricordi personali delle vecchie password o di quelle ancora in uso. Quanto più il cervello riesce a dimenticare i dati che distraggono, tanto più potrà memorizzare quelle nuove.

Concludendo, la ricerca suggerisce che i ricordi sono più spesso lasciati fuori più che persi per sempre. La scoperta dovrebbe altresì ridurre parte dell'ansia che si prova allorché si va incontro a un "black-out da terza età": alcuni nomi, numeri e dettagli sono difficili da ricordare non perché la memoria sta perdendo colpi, ma perché funziona a dovere.

© 2007 The New York Times
(Traduzione di Anna Bissanti)

fonte
http://www.repubblica.it/2007/06/sezioni/scienza_e_tecnologia/memoria-cancella/memoria-cancella/memoria-cancella.html

ciao da gianca

domenica 2 marzo 2008

I processi della memoria

Nell'affrontare il tema della memoria è da tenere in considerazione come la formazione e trasformazione del ricordo siano intrinsecamente determinate dal fattore tempo e come i ricordi stessi assumano aspetti del tutto peculiari in relazione alla sfera emotiva e all'attività della coscienza.

Il ruolo del tempo nel determinare le memorie è già evidente considerando che la multifattorialità della memoria è individuata sulla base della durata della traccia mnesica stessa. Viene quindi universalmente riconosciuta la distinzione tra memoria a breve termine, di capacità ristretta, cui accedono ricordi fedeli, ma di durata brevissima, inferiore ad un minuto, e memoria a lungo termine, di capacità e durata praticamente illimitate, che sottende a tutte le nostre conoscenze, innate ed acquisite. Come un ponte tra le due, ma per alcuni identificabile con la memoria a breve termine, è la memoria di lavoro, la memoria che trattiene "a fuoco" le informazioni per un tempo molto breve, dell'ordine di secondi, per consentire che esse siano analizzate, processate, confrontate da altri circuiti cerebrali, una sorta di taccuino della mente da utilizzare per la formazione di concetti ed in ultima analisi per pensare. Il bagaglio delle nostre conoscenze è comunque rappresentato da una memoria a lungo termine in cui le esperienze possono essere codificate in modo consapevole o meno. L'acquisizione di informazioni al di fuori della coscienza prende il nome di memoria implicita e fa riferimento ad abilità motorie come danzare, praticare uno sport, suonare uno strumento musicale o semplicemente guidare l'auto che - pur apprese coscientemente e con esercizio ripetuto - vengono effettuate in modo automatico.

La memoria implicita

Esempi di memoria implicita sono i classici riflessi condizionati, ma anche le memorie emotive per cui determinate situazioni o suoni o immagini sono in grado di scatenare reazioni emotive (ansia, paura) senza che il soggetto sappia attribuire all'evento scatenante un significato ansiogeno o terrifico. Ancora l'apprendimento implicito è tutto ciò che viene appreso inconsapevolmente attraverso messaggi cosiddetti subliminali e che determina comunque comportamenti consequenziali, come ben sanno gli esperti di immagine e di pubblicità. Infine indicazioni implicite sono utilizzate nella narrazione, per esempio in romanzi gialli o polizieschi in cui un particolare - che risulterà poi decisivo per la soluzione del caso - viene proposto in modo da non essere pienamente coscientizzato dal lettore. E' quello che accade in "Profondo rosso", un famoso film di Dario Argento, in cui l'immagine dell'assassino appare già nelle prime scene del film riflessa in uno specchio senza che né il protagonista né gli spettatori se ne rendano conto. Sarà tuttavia tale immagine, implicitamente percepita, che guiderà alla scoperta del colpevole.

Accanto a tali processi di acquisizione indipendenti dalla coscienza esiste quella che noi comunemente intendiamo per memoria, cioè la capacità di acquisire e poi rievocare consapevolmente informazioni, benchè in realtà ogni apprendimento esplicito comporti comunque una parte di apprendimento implicito, svelabile con tecniche di libere associazioni o di valutazione di reazioni emotive o addirittura di ipnosi.

La memoria esplicita

La memoria esplicita o dichiarativa comprende la memoria dei fatti (o semantica) e degli eventi (o episodica). La prima si riferisce a conoscenze generali, condivise da vasti gruppi di persone e sostanzialmente decontestualizzate, corrisponde quindi alle nostre conoscenze "enciclopediche", la seconda è invece fortemente legata al contesto (chi, dove, come, quando), ha una forte componente di soggettività e trova la sua espressione più tipica nella memoria autobiografica. E' importante notare che mentre la memoria semantica può essere espressa attraverso affermazioni, nomi, definizioni o brevi frasi, la memoria episodica possiede intrinsecamente una componente sostanzialmente narrativa, spesso con al centro il sè. Tale distinzione - presenza o meno di una componente narrativa - è secondo alcuni la caratteristica principale che differenzia memoria episodica e memoria semantica.

Aree e circuiti cerebrali

I processi di memorizzazione a lungo termine riconoscono a livello cerebrale aree e soprattutto circuiti abbastanza ben definiti. In particolare la memoria dichiarativa poggia su un insieme di strutture diencefalico-temporali appartenenti al sistema limbico: il giro del cingolo, l'amigdala, l'ippocampo e le cortecce paraippocampali. All'interno di tale sistema la codificazione (encoding) dell'informazione avviene attraverso strette connessioni sinaptiche coinvolgenti le diverse strutture. Gli stimoli esterni, percepiti a livello di cortecce sensitive primarie, vengono elaborati da aree corticali associative multimodali ed integrate in mappe neuronali. Tali aree corticali proiettano ad altre strutture corticali (giro paraippocampale e corteccia peririnale) che a loro volta attivano strutture dell'ippocampo, in particolare la corteccia entorinale, realizzando un sistema di convergenza dell'informazione. Questa procede quasi come in una sorta di imbuto dalla corteccia entorinale alle cellule del dentato e culmina nell'area CA3 dell'ippocampo. Qui sono presenti neuroni dotati di ricorrenti collaterali, strettamente connessi tra loro che realizzano - attraverso circuiti riverberanti - sinapsi (cioè punti di contatto tra neuroni) cosiddetti forti, sede di una memoria autoassociativa. Così i diversi aspetti dell'informazione primaria, raccolti separatamente da diverse aree corticali solo debolmente connesse tra loro, sono "sintetizzati" a livello di un numero relativamente ridotto di neuroni che contengono un'istantanea della "scena" iniziale colta in tempo reale. E' quindi una memoria contestuale che dipende da associazioni arbitrarie che si verificano nella stretta finestra temporale che caratterizza le modificazioni sinaptiche,cioè circa un secondo. Di nuovo l'importanza del fattore tempo.

L'area CA3 attiva l'area CA1 e questa, attraverso il subiculum, nuovamente la corteccia entorinale con una proiezione questa volta divergente che compie a ritroso il percorso precedente, fino alle sinapsi collocate nelle cortecce che per prime hanno avviato il processo. Questa stimolazione all'indietro comincia circa 100 millisecondi dopo l'inizio e trova quindi le sinapsi, da cui il processo è partito, ancora attive e quindi in quello stato di modificabilità sinaptica che dura circa 1 secondo. Lungo tutto il percorso si verificheranno dunque delle modificazioni sinaptiche che determinano il formarsi di sinapsi forti o, nei termini di Edelmenn, di selezionare un circuito secondo un pro cesso di darwinismo neuronale, cioè privilegiando un circuito e, quindi, un tipo di informazioni rispetto ad altre.

E' questo che accade quando viene memorizzata una scena come quella riportata nell'esempio. E' questa una tipica memoria episodica con la quale verosimilmente il soggetto si incontrerà una volta sola e con valenze soggettive: gli elementi visivi, uditivi, olfattivi, verbali registrati su aree corticali diverse, ma simultaneamente, sono convogliati verso un unico gruppo neuronale in cui risultano associati in un'unica situazione contestuale. Tale insieme di informazioni soggiornerà, in questa sorta di buffer di memorie episodiche, per settimane o mesi, finché non verrà trasferito ad aree corticali con alta densità cellulare ed eventualmente classificato ed inquadrato temporalmente. Tale trasferimento sarà tanto più rapido quanto maggiore sarà il numero degli stimoli da memorizzare: più rapido in ambienti arricchiti, meno in ambienti poveri, così da consentire la liberazione di circuiti che verranno occupati da nuove informazioni.

Apprendimento.

L'apprendimento di memorie semantiche in genere si verifica come un processo di decontestualizzazione e generalizzazione di memorie episodiche. Per esempio nell'ambito di una serie di eventi a carattere episodico, come un viaggio in Toscana, potranno essere estrapolate delle informazioni che, decontestualizzate, verranno aggiunte ad un network di conoscenze semantiche preesistenti così da aggiustare il sistema senza destrutturarlo

Casi clinici.

La valutazione di pazienti amnesici - quindi con deficit della memoria a lungo termine - ma con prevalente compromissione della memoria semantica rispetto all'episodica, può aiutare a comprendere come l'acquisizione si verifichi sfruttando la memoria episodica.
Ad un paziente viene presentata una lista di parole da memorizzare. La codificazione avviene, o tenta di avvenire, attraverso la ricostruzione di una scena familiare, contestualizzando il memorandum o ricorrendo ad esperienze personali. Tale strategia non è lontana dalla mnemotecnica della collocazione degli oggetti e dei luoghi di Cicerone o da tutte le mnemotecniche sviluppatesi nei periodi successivi.

Nel secondo caso la paziente aveva perduto un notevole patrimonio semantico tanto da non riuscire a comprendere il significato di parole come "aereo" o "bicicletta". Nei disegni la signora ricostruisce qualcosa di analogo a quanto richiesto, ma solo perché ricorda di essere andata in aereo l'anno prima (per quanto le cognizioni su aereo ed elicottero siano un po' vaghe) e ha presente la propria bicicletta. Analogamente non sapeva cosa fossero un cane o un gatto, ma aveva molto chiara l'idea di Rocky il suo cane, e di Cherie, la sua gatta. In entrambi i casi il vissuto è legato ad una forte contestualizzazione con narrazioni che non possono prescindere da situazioni strettamente personali, come accade ai bambini nelle prime fasi dell'apprendimento (chiamano Bob tutti i cani).

Emotività e attenzione.

Abbiamo detto che la memoria episodica consente di creare un legame associativo tra situazioni che si verifichino contemporaneamente nell'arco di 1 secondo, cioè nel tempo di modificabilità sinaptica. Tuttavia non si hanno memorizzazioni ogni secondo. Perché questa si verifichi sono necessari dei rinforzi esterni rappresentati dallo stato emotivo e dal livello di attenzione.

Una serie di eventi esterni può determinare delle reazioni emotive nel senso di modificazioni dello stato corporeo (variazioni del ritmo cardiaco o del respiro, pallore, rossore, sudorazione). Tali stati vengono registrati nel talamo che è connesso al nucleo dell'amigdala a sua volta collegata con l'ipotalamo e quindi con la regolazione endocrina e neurovegetativa. L'amigdala - considerata il centro della vita emotiva - è a sua volta bidirezionalmente relata all'ippocampo. Pertanto un determinato evento verrà memorizzato, secondo le modalità suddette, anche con la sua colorazione emotiva. Questa conferirà all'evento un valore di base esclusivamente somatico, ma strettamente aderente alle esigenze intrinseche della regolazione biologica e quindi di adattività e in ultima analisi di sopravvivenza. Nella istantanea che viene riprodotta in CA3 quindi vi sarà anche il significato in termini somatici, positivi o negativi, dell'evento senza che necessariamente il motivo di tale reazione emotiva sia noto. Tale modificazione dello stato corporeo verrà comunque registrata come un cambiamento del sè. La presenza di tali vie impone di tenere in considerazione i meccanismi di punizione e gratificazione che possono intervenire nella codificazione della traccia mnesica e quindi nell'apprendimento. Non per nulla le mnemotecniche suggerivano di collocare i memoranda in luoghi emotivamente accattivanti.

La risposta emotiva, infatti, non solo esprime il valore dell'evento, ma funziona anche come propulsore di attenzione e memoria operativa. Un altro fattore che contribuisce alla registrazione dell'evento è, infatti, lo stato di vigilanza e di attenzione, attivato da vie di proiezione dal setto mediale all'ippocampo che sarebbero anche in grado di aumentare il tempo di modificabilità sinaptica a più di 1 secondo consentendo una memorizzazione più estesa e profonda.

La contestualizzazione associativa del ricordo - legata alla simultaneità della situazione - fa sì che questo possa essere evocato nel suo insieme da qualsiasi particolare purché facente parte della scena memorizzata: il profumo dei gelsomini, la canzone, avranno il potere di rievocare la scena nella sua globalità. Questo può verificarsi perché la presentazione del frammento - il cue parziale - attiverà i neuroni della CA3 che proietteranno all'indietro fino alle aree corticali che per prime avevano registrato l'evento e su queste aree verrà ripristinata l'immagine primitiva che sarà il risultato dell'evento stesso, del suo valore biologico e del cambiamento dello stato del sé che ha determinato. Verranno attivate proprio queste aree corticali e non altre perché per queste era stato selezionato un circuito preferenziale attraverso la formazione di sinapsi forti. D'altra parte la attivazione, spontanea o intenzionale, di tale percorso a ritroso comporta ulteriori modificazioni di sinapsi che nel tempo avranno comunque subìto ulteriori modificazioni.

I ricordi

Il richiamo di eventi passati fornisce alla corteccia informazioni utili per edificare nuove rappresentazioni nelle aree associative, ogni richiamo quindi modifica le sinapsi e di conseguenza la rappresentazione corticale del ricordo stesso.

Pertanto il ricordo è modificato dagli eventi sinaptici intrinseci alla rievocazione stessa e dagli eventi - del mondo esterno e conseguentemente sinaptici - accaduti successivamente. Come già Freud aveva intuito, le tracce mnesiche possono assumere un diverso significato a partire da eventi successivi.

Questa può essere la spiegazione, in termini neuronali, di una osservazione di Cesare Pavese: "Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla - ora soltanto - per la prima volta".

Il recupero dell'informazione complessiva, della scena, avviene per attivazione di un circuito forte, selezionato dalla stimolazione retrograda di una rete già attiva. E' possibile
comunque che - data l'alta possibilità di accesso alle informazioni contenute nell'ippocampo - il cue parziale attivi anche circuiti diversi, per esempio meno ripetuti, ma con maggior valore emotivo. Allora il profumo dei gelsomini, codificato in una scena diversa, potrebbe attivare scenari in parte analoghi, ma sostanzialmente diversi. Se infatti supponiamo, secondo il modello di Damasio, che aree corticali diverse siano reciprocamente connesse con zone cosiddette di convergenza che, a loro volta, inviano e ricevono impulsi da una zona di convergenza localizzata nell'ippocampo, che potrebbe identificarsi con l'area CA3, l'attivazione di un punto qualsiasi di questo circuito comporterà l'accensione di tutto il sistema. Come la parola "vaso" può attivare una serie di caratteristiche (visive, tattili, funzionali, fonologiche) connesse con l'oggetto, così ognuna di tali caratteristiche può attivare il concetto globale di vaso e, parimenti, ognuna delle altre caratteristiche ad esso collegate. Il cue parziale stimola un recupero automatico dell'evento, un atto riflesso senza sequenziazione temporale, senza controllo di plausibilità o consistenza con altri elementi, senza intelligenza, ma probabilmente con fantasia. E' attraverso questo processo, definito di ecforia, che uno stimolo, un'immagine, un colore, un profumo, una musica, possono attivare una serie di ricordi a catena, apparentemente scollegati tra loro. Questo fenomeno è particolarmente evidente in alcuni ma non in tutti i pazienti amnesici, dove la narrazione del ricordo può assumere aspetti bizzarri o del tutto implausibili. Le libere associazioni fanno riferimento ad elementi autobiografici quasi "semantizzati" (infermiere > feriti > PS > dimissione) per l'emergere evidente di circuiti forti e possono assumere o meno un carattere di plausibilità.
Tali narrazioni appaiono quindi come storie inventate seguendo l'immaginazione, cioè combinando tra loro particolari assunti da tutt'altra parte.

Elementi di nonsense, assurdità, bizzaria sono presenti in racconti fantastici dedicati soprattutto ai bambini nei quali, per l'immaturità di determinate aree cerebrali, è frequente tale ecforia riflessa e disordinata, per quanto non priva di significati, come afferma Alice in "Dietro lo specchio" dopo aver letto una poesia carica di nonsense. Come può allora la narrazione del ricordo svilupparsi in modo ordinato, sequenziale temporalmente e logicamente plausibile?

Aree cerebrali e ricordo.

Questo accade attraverso una serie di processazioni che vedono coinvolte essenzialmente le aree prefrontali, in particolare quelle ventromediane attraverso la memoria di lavoro. Questa opera iniziando il recupero del ricordo in modo intenzionale, selezionando il metodo di recupero più adatto, individuando cue strategici che per confronti successivi guidano il processo fino alla individuazione del cue parziale associativo. Attraverso il richiamo di informazioni codificate nella memoria a lungo termine e il confronto con l'obiettivo, i ricordi vengono organizzati temporalmente (quando?) e nei contenuti (chi? come? dove? perchè?). In questo senso la componente episodico/narrativa della memoria si distingue da quella semantica/non narrativa. Domande come: "Qual'è la capitale della Francia?" richiedono l'attivazione di un'associazione ben acquisita e quindi immediata e limitata. Domande come: "Quale è stata l'ultima volta che Benjamin Franklin è stato a Parigi?" richiamano memorie di tipo enciclopedico e quindi tradizionalmente intese come semantiche, ma sostanzialmente il tipo di attivazione neuronale e di controllo della risposta non sono diverse da quelle richieste per rispondere ad una domanda come: "Quale è stata l'ultima volta che hai visitato Parigi?".

L'individuazione delle procedure di richiamo che intervengono nella costruzione della narrazione del ricordo è stata possibile analizzando le modalità con cui individui normali rievocano. Si può procedere da un inizio generico fino al recupero successivo, più o meno intenzionale, di dettagli ulteriori, o ci si può accontentare di memorie incomplete ritenendole complete, o perchè se ne è perduta l'informazione o perchè il loro valore emotivo non era forte, o ancora perchè non sono accessibili in quel momento. Ancora la narrazione può essere falsata da memorie rese forti dall'abitudine e, in un certo senso, di tipo semantico o dalla intensa componente emotiva che ne ha accompagnato la codificazione. Infine possono intervenire fenomeni deduttivi di tipo inferen-ziale.

Memoria di lavoro, Ricordo e Immaginazione.

Le procedure della memoria di lavoro hanno un ruolo di rilievo nella verifica della correttezza e plausibilità della narrazione del ricordo. La verifica comporta anch'essa confronti successivi del tipo: la narrazione del ricordo è esauriente? esistono altre risposte possibili? vi sono altri possibili ricordi candidati per la narrazione del ricordo? negli altri ricordi candidati sono disponibili altre informazioni compatibili con la narrazione del ricordo in atto e quindi capaci di arricchirla? gli elementi aggiunti alla narrazione sono compatibili con quelli in essa preesistenti?

Tale verifica si estende anche alla componente del ricordo: quale aspetto della "scena" ha provocato la modificazione dello stato corporeo? era tale emozione giustificata o proporzionale all'evento stesso?

E' evidente dunque come le cortecce prefrontali esercitino una funzione di controllo nella codificazione e soprattutto nel richiamo dei ricordi: consentono di mettere ordine, categorizzare, selezionare, ristabilire il giusto valore, fare - come dicono gli anglosassoni - un editing della memoria. D'altra parte il loro è il ruolo dei guardiani ed anche dei censori della memoria, possono non guidare il richiamo fino in fondo o possono censurare alcuni cue a favore di altri o effettuare una verifica non accurata.

Da quanto detto emerge come ricordare non voglia dire recuperare immagini statiche immagazzinate nella memoria; dal momento che ciò che viene acquisito non è l'evento di per sè, ma la potenzialità di attivare categorie di quella esperienza, ricordare vuol dire ricostruire dinamicamente un'esperienza in un nuovo contesto, attraverso il continuo rimaneggiamento di mappe neuronali e quindi di un continuo lavoro di elaborazione, ricatalogazione in termini di rilevanza biologica/adattiva, risignificazione. Un lavoro quindi altamente creativo ed altamente personalizzato, secondo le esperienze ambientali ed i substrati genetici di ciascuno. Il ricordo quindi non è ripetizione di una esperienza passata, ma ricostruzione di una fantasia, secondo procedure non dissimili da quelle della immaginazione. L'immaginazione - nel senso di previsioni e programmi - si dispiega come una ininterrotta narrazione di potenzialità future che originano da eventi passati. Il confronto tra scenari ricordati e scenari immaginati, tra esperienze vissute e obiettivi prefigurati, tra le emozioni ed i sentimenti che ad essi si accompagnano, guiderà la scelta delle decisioni future. La memoria - come Giano bifronte - guarda al passato, ma anche al futuro: le prospettive tendono ad avere una coerenza con le esperienze passate. Sorgente di tale continuità è la incessante ricostruzione della propria identità ottenuta modellando - anche in termini neuronali - il passato ed il futuro come aspetti di una stessa scena, attraverso la capacità - solo umana - di raccontare a sè e ad altri il passato ed il futuro. Nella narrazione vecchie storie vengono risignificate, pensieri e sentimenti del passato vengono distanziati dal presente, fantasie sul futuro vengono attualizzate e rivalutate. Narrare consente di superare i vincoli che il tempo impone, di contrarlo ed espanderlo a proprio piacimento, di conferire diverse dimensioni al suo trascorrere. Come nel Decamerone: "...novellando (il che può porgere, dicendo uno, a tutta la compagnia che ascolta, diletto) questa calda parte del giorno trapasseremo".

articolo

I processi della memoria
Dott.ssa Laura Bracco
Responsabile del Centro Alzheimer
della Clinica Neurologica I di Careggi

fonte
http://www.italz.it/DOCS/alzh-fi/alzh_3e.htm

Un ambiente ricco di stimoli può aiutare il recupero della memoria


Topi con deficit mnemonici da malattie neurodegenerative riacquistano memoria se vivono in un ambiente stimolante

Una ricerca condotta da neurologi dello Howard Hughes Medical Institute sembra indicare che la memoria, persa a causa di un danno neuronale, può essere recuperata grazie ad un ambiente stimolante. Durante lo studio, alcuni topi che avevano perso moltissimi neuroni a causa di processi neurodegenerativi sono riusciti a riacquistare la memoria a lungo termine e tornare ad apprendere dopo che sono stati immessi in un ambiente arricchito con giocattoli e altri stimoli sensoriali. I risultati ottenuti in questo modo sono paragonabili a quelli ottenuti in un altro gruppo di topi, con danni cerebrali analoghi, trattati solo con specifici farmaci che stimolano la crescita neuronale.
Già da tempo si sapeva che un ambiente ricco di stimoli sensoriali riesce a migliorare la capacità di apprendimento dei topi ma questo studio ha dimostrato che questo vale anche quando vi è un danno e quindi un gran numero di neuroni è andato perso. I risultati sembrano indicare che, in realtà, il deficit mnemonico tipico di alcune patologie neurodegenerative, non sia una vera e propria "perdita di memoria". In tal proposito, Li-Huei Tsai, uno degli autori dello studio, ha spiegato: "I ricordi sono ancora lì, ma sono resi inaccessibili dalla degenerazione neuronale.
Penso che queste scoperte possano avere un significato particolare per il trattamento delle persone sofferenti di una malattia neurodegenerativa allo stato avanzato."
E' stato scoperto anche che un fattore fondamentale per il recupero funzionale della memoria è rappresentato da un processo di rimodellamento della cromatina nelle cellule nervose. I ricercatori, negli ultimi cinque anni, sono riusciti a ricreare un modello murino della malattia di Alzheimer. Per prima cosa sono riusciti a dimostrare che la proteina p25 contribuisce al processo neurodegenerativo. In seguito hanno ingegnerizzato una linea di topi per i quali era possibile attivare l'espressione del gene p25 a diversi stadi dello sviluppo. Dopo sei settimane dall'attivazione di p25, i topi manifestano perdita di memoria e difficoltà di apprendimento inoltre si osserva un impoverimento sinaptico e totale inefficienza del meccanismo di potenziamento a lungo termine, essenziale per la creazione della memoria a lungo termine.
Negli esperimenti più recenti, i ricercatori hanno attivato la proteina p25 in topi anziani, inducendo un'atrofia cerebrale e una vasta perdita di neuroni con conseguente crollo delle prestazioni. Un gruppo di questi è stato poi messo in un ambiente pieno di oggetti stimolo (giocattoli di varia forma, colore e struttura sostituiti quotidianamente con dei nuovi; ruote; ecc.). Dopo un certo tempo è stato osservato un miglioramento delle loro facoltà mnemoniche e intellettive. Al contrario, il gruppo di topi lasciato in un ambiente normale non mostravano alcun miglioramento. Analizzando il cervello dei topi sottoposti agli stimoli ambientali, i ricercatori no hanno osservato lo sviluppo di nuovi neuroni ma vi erano dei riscontri anatomici e biochimici di un aumento delle connessioni fra i neuroni. I ricercatori hanno ottenuto un effetto analogo somministrando ad un terzo gruppo di topi, delle molecole, inibitori della istone deacetilasi, che provoca una riorganizzazione della cromatina all'interno delle cellule nervose. I risultati di questo studio sono pubblicati on line sul sito di Nature.
Redazione MolecularLab.it (06/06/2007)

fonte
http://www.molecularlab.it/news/view.asp?n=5259

alla prossima gianca

L’emisfero destro del cervello permette di riconoscersi

Con la parte anestetizzata, un gruppo di pazienti non ricorda di essersi visto in fotografia

Se riusciamo a riconoscere noi stessi in una foto è per merito del lato destro del nostro cervello. È quanto affermano i ricercatori del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston.
Lo studio si aggiunge così alla mole di lavori che dimostrano come l’emisfero destro abbia un ruolo fondamentale nei processi che stanno alla base della consapevolezza di sé, un aspetto fondamentale della coscienza umana.
Nella prima parte dello studio i ricercatori hanno lavorato con cinque pazienti che hanno affrontato alcuni test prima di operazioni chirurgiche al cervello per il trattamento dell’epilessia. Nei test, ciascuna metà del cervello veniva anestetizzata per breve tempo (fino a tre minuti) in modo che il chirurgo potesse valutare se fosse l’emisfero destro o sinistro a essere dominante per linguaggio e memoria.
A ciascun paziente veniva mostrata un'immagine su un computer con la richiesta di memorizzarla. L’immagine sovrapponeva il viso dello stesso paziente con quello di una persona famosa. Le fotografie degli uomini erano mischiate con quella di Bill Clinton o con quella di Albert Einstein; i visi delle donne con l’immagine di Marilyn Monroe o della principessa Diana. Passato l’effetto dell’anestesia, ai pazienti veniva richiesto se ricordassero la loro faccia o quella del personaggio famoso.
«Mentre avevano l’emisfero sinistro anestetizzato – ha spiegato Julian Keenan, coautrice dell'articolo apparso su «Nature» – i cinque pazienti erano apparentemente in grado di riconoscere se stessi nell’immagine formata al computer, così come dopo l’effetto anestetico.
Addormentando invece l’emisfero destro, quattro pazienti su cinque ricordavano in seguito di aver visto soltanto il personaggio famoso.» In un ulteriore esperimento, dieci persone sane che lavorano presso il Dipartimento di neurologia del Beth Israel Deaconess hanno effettuato un simile test di riconoscimento, con la propria immagine o quella dei propri colleghi mescolata a quella di un personaggio noto. Utilizzando la stimolazione magnetica transcranica, si è potuto verificare una significativa attività dell’emisfero destro solo quando occorreva riconoscere se stessi.

da fonte
Giugno 2003 - News tratta da www.lescienze.it
link
http://www.ilsognodiandrea.it/terapia6%20neuroscienze.htm

ciao da gianca