sabato 5 aprile 2008

" Le cose che ho imparato dalla vita " di Paulo Coelho


Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:
Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà. E per questo, bisognerà che tu la perdoni.
Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.
Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano.
Che le circostanze e l'ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi.
Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti, o essi controlleranno te.
Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze.
Che la pazienza richiede molta pratica.
Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo.
Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai, è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti
Che solo perché qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa che non ti ami con tutto se stesso.
Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze: sarebbe una tragedia se lo credesse.
Che non sempre è sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso.
Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari.
Forse Dio vuole che incontriamo un po' di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta, così quando finalmente la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo.
Quando la porta della felicità si chiude, un'altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.
La miglior specie d'amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti come se è stata la miglior conversazione mai avuta.
È vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi.
Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un'ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo.
Non cercare le apparenze; possono ingannare.
Non cercare la salute, anche quella può affievolirsi.
Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia.
Trova quello che fa sorridere il tuo cuore.
Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!
Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare.
Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice.
Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.
Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino.
La felicità è ingannevole per quelli che piangono, quelli che fanno male, quelli che hanno provato, solo così possono apprezzare l'importanza delle persone che hanno toccato le loro vite.
L'amore comincia con un sorriso, cresce con un bacio e finisce con un the.
Il miglior futuro è basato sul passato dimenticato, non puoi andare bene nella vita prima di lasciare andare i tuoi fallimenti passati e tuoi dolori.
Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano. Vivi la tua vita in modo che quando morirai, tu sia l'unico che sorride e ognuno intorno a te piange.


Paulo Coelho

venerdì 4 aprile 2008

"Frank Gehry creatore di sogni"


Esistono diversi punti in comune tra architettura e cinema, come ha messo in rilievo l'estetica del post-moderno. Sarà forse per questo se Sydney Pollack, il grande cineasta americano che rifondò i generi negli anni 70, ha realizzato un film così in sintonia col talento dell'architetto d'origine canadese Frank Gehry pur non (lo ha dichiarato lui stesso) capendo niente di architettura né avendo mai fatto un documentario.

Gehry ha sovvertito tutte le regole classiche di costruzione, disegnato spazi prima impensati, vinto la forza di gravità: ha costruito musei, ospedali, banche, edifici pubblici di ogni genere, tra cui il Museo Guggenheim di Bilbao o il Concert Hall Disney di Los Angeles; case private, come la villa di Dennis Hopper a Venice Beach.

L'interesse maggiore di Frank Gehry creatore di sogni risiede nell'essere tutt'altro che un documentario biografico sulla vita e le opere di un artista di genio. Niente di didattico: Pollack, che dell'architetto è amico personale, lo ha concepito come una serie di sketch (il titolo originale è proprio "Sketches of Frank Gehry"), di conversazioni a due senza traccia né ordine preciso, ma tali da farci entrare in confidenza col personaggio e con la sua libertà d'espressione. Lo sentiamo parlare di opere concrete e di progetti irrealizzati, lo vediamo manipolare modellini e aggirarsi all'interno di alcune delle sue opere. Condividendo con Pollack il piacere di scoprirne l'imprevedibile itinerario creativo. (r. n.)

fonte
http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/spettacoli_e_cultura/cinema/recensioni/frank-gehry/frank-gehry/frank-gehry.html

mercoledì 2 aprile 2008

LA CARICA DEI 101


Grande fuga in 101
Rudy e Anita si sono appena sposati, e vivono nella loro casa di Londra insieme a due splendidi dalmata, Pongo e Peggy. Quando Peggy rimane in cinta e partorisce ben quindici cuccioli, i nuovi arrivati portano una rinnovata allegria nel clima già sereno del nucleo familiare, ma attirano anche l’attenzione della malvagia Crudelia De Mon, ex compagna di classe di Anita: la donna ha una insana passione per le pellicce di animali, e farà di tutto per appropriarsi dei cuccioli; d’altra parte ne ha già acquistati altri ottantaquattro…

Qualche macchia e niente paura
Novantanove dalmata in pericolo e una formidabile alleanza zoologica per salvarli, in uno dei più deliziosi classici Disney: divisa fra una Londra dal fascino ancora vittoriano e le luci soffuse della brughiera, La carica dei 101 è una divertente e freschissima avventura di solidarietà animale, in cui i quadrupedi sopperiscono con la collaborazione e l’iniziativa alla scarsa reattività dei padroni, inermi come il resto degli umani (tanto che i ruoli paiono ribaltati, e il cane Pongo giudica lo stile di vita del suo “bipede”, Rudy, con maggior consapevolezza di quanto non faccia Rudy stesso). Tutto questo in una storia priva di orpelli patetico-retorici, merito dell’ottimo lavoro dell’animatore/disegnatore/sceneggiatore Bill Peet che, a partire da un romanzo per bambini scritto da Dodie Smith, ha arricchito il film con simpatiche caratterizzazioni – ogni personaggio è riconoscibile per le sue peculiarità, nella grande tradizione della personality animation –, con una solida struttura narrativa e con sequenze di pungente ironia (memorabile la fuga dei dalmata mentre la televisione trasmette What’s my crime?).
Ma ad essersi impressa nell’immaginario collettivo è soprattutto lei, l’irresistibile e perfida Crudelia De Mon (Cruella De Vil, in originale), affermatasi ormai in quanto emblema dei “cattivi” Disney: pelliccia e bocchino, arie da gran diva decaduta, sembra nascere direttamente da un noir della Hollywood classica; una vera e propria Barbara Stanwyck a cartoon. E non a caso, La carica dei 101 è il primo film Disney collocabile in una dimensione concreta, contemporanea, in cui sono in gioco relazioni e sentimenti non idealizzati (o comunque meno astratti rispetto al passato).
Adulti, rivedetelo con i bambini.

articolo di Lorenzo Pedrazzi

fonte http://www.spaziofilm.it/content/archivio/articolo_dvd.asp?id=6268

Un bacio romantico



Il primo film americano e in lingua inglese di Wong Kar-wai - che scrive, produce e dirige - è l’estensione di un cortometraggio hongkonghese allegato al DVD di "in the mood for love", con i relativi limiti che un’operazione del genere comporta. Lo spaesamento conduce a qualche vagabondaggio valorizzato nella paesaggistica extraurbana, nella ricerca sulla luce e nella musica "confidenziale", lenta e melodica di Ry Cooder. Ma perlopiù spinge a rinchiudere la trasferta al rassicurante interno di storie da pub, dove si sviluppa una sitcom con più conversazioni che fatti mentre le registrazioni di una videocamera di sorveglianza sul viavai rivelano quanto sia successo e sfuggito all’occhio.

Formalmente artefatto nel culto dell’immagine costruita, vizio di un’attenzione da spot, "un bacio romantico" è dentro una città di buio, insegne al neon, colori accesi e lucidi, e si muove con ralenti, riprese stroboscopiche, messa a fuoco su più livelli, sordi rumori interni. Kar-wai ricorre a facili oggetti-simbolo, quali chiavi legate ad un vissuto ("se le buttassi, delle porte rimarrebbero chiuse e non voglio essere io a deciderlo") oppure il treno di un costante attraversamento di conoscenze, arrivi, partenze, ritorni e soprattutto compartimentazione in episodi. Tuttavia sa guardare a solitudini che si ubriacano addormentandosi al bancone, passionalmente violente e dipendenti ma allo stesso tempo aperte ("ho bisogno di parlare con qualcuno"), e a corporeità etiliche e da sangue al naso che stentano a sviluppare contatto. Gli attori incarnano un’umanità da bar, e la sceneggiatura – cui ha collaborato il giallista Lawrence Block – riserva sviluppi e incontri densi, come anche un romanticismo misurato. Quello di due persone che si sono appena conosciute, e sedute una di fronte all’altra mangiano altrettanti dolci differenti, o di cartoline senza mittente, o ancora dell’attesa per l’arrivo di un bacio confuso tra alcol e sonno.

La frase: "Quando te ne vai dai posti, di te resta solo il ricordo che hai lasciato agli altri".

Federico Raponi
fonte http://filmup.leonardo.it/myblueberrynights.htm

L'amore secondo Dan


Dan ( Steve Carell) è un giornalista rimasto vedovo, padre di tre figlie ribelli, e con una famiglia numerosa con cui dovrà passare un week-end nella casa dei genitori a Rhode Island. Durante il viaggio Dan conosce l’affascinante Marie ( Juliette Binoche) di cui s’innamora, per scoprire solo successivamente che Marie è in realtà la compagna di suo fratello Mitch ( Dane Cook), e che dovranno passare insieme il week-end.
Durante i due giorni Dan dovrà affrontare il sentimento crescente per Marie, le ardue decisioni da padre, le delusioni delle figlie, il rapporto con i genitori e i fratelli, il tutto condito da un susseguirsi di gag esilaranti. “L’amore secondo Dan”, o meglio “Dan in real life” in lingua originale, scritto e diretto da Peter Hedges, autore del libro “About a Boy” , di cui ha anche adattato la sceneggiatura per la versione cinematografica, racconta l’innamoramento e i sentimenti di un uomo maturo in maniera fresca e divertente, senza mai cadere nel melenso o nello scontato.
Il film viaggia quindi sulle ali dell’umorismo, aiutato da una piacevole colonna sonora e alla bellissima casa situata in una baia di Rhode Island, dove gli effetti di luce sul mare rendono ancora più intense le emozioni che percepiamo dal volto di uno spettacolare Steve Carell che si conferma, dopo il successo “40 anni vergine” e la parte in “Una settimana da Dio” uno dei migliori attori comici in circolazione.
Il resto del cast fa comunque la sua bella figura, la Binoche è bella, affascinante e divertente, come sono bravissimi il fratello interpretato da Dane Cook, il cognato, le sorelle i genitori e le tre figlie a rendere frizzante quella che è la classica riunione di famiglia all’americana.
Una nota stonata, che potrebbe rientrare nelle piccole curiosità: nella parte centrale del film è possibile osservare, guardando in alto dello schermo, il microfono e il braccio che lo regge utilizzati dalla troupe.
Ottima commedia per tutta la famiglia, che fa riflettere soprattutto sul fatto che si possa fare un film regalando un’ora e mezza di risate usando un umorismo pulito e semplice, ma allo stesso tempo immediato, diretto e spassoso.


articolo di 24/03/08 - di Carlo Brunelli
fonte http://www.meltinpotonweb.com/?q=articoli/recensione-film-lamore-secondo-dan.php

lunedì 31 marzo 2008

Anziani: la memoria 'perde' i dettagli


Scoperto perche, a volte, la memoria degli anziani fa cilecca. La chiave, secondo un team di ricercatori dellUniversita della California a Berkeley, sta nel fatto che, con gli anni, diventa difficile cancellare informazioni irrilevanti e foriere di distrazioni. Cosa che rende difficile fissare nella memoria nuovi dati. Ne sono convinti i ricercatori diretti da Adam Gazzeley, autori di uno studio condotto grazie a una serie di scanner cerebrali e pubblicato sul numero di ottobre di Nature Neuroscience. Alcuni soggetti, giovani (tra i 19 e i 30 anni) e anziani (60-77 anni), sono stati sottoposti a risonanza magnetica mentre guardavano facce e scene, con listruzione di ricordare le facce ignorando le scene o viceversa. Quando i ricercatori hanno chiesto a tutti di ricordare le scene, tanto nei giovani quanto negli anziani si e intensificata lattivita di unarea del cervello (il giro paraippocampale/linguale sinistro), che normalmente elabora le scene. Ma se alle cavie umane gli studiosi dicevano di cominciare a ignorare le scene e di ricordare invece le facce, i giovani reagivano immediatamente, riducendo lattivita in quellarea cerebrale.


Mentre gli anziani non mostravano una simile riduzione. Cosa che, spiegano gli autori, indica un deficit nelleliminare informazioni non necessarie per raggiungere un obiettivo. Insomma, lincapacita di ignorare le distrazioni insidia lefficienza della memoria. Non solo, ma i soggetti piu vecchi erano anche meno abili nel ricordare foto gia viste prima.
Dallo studio, comunque, non emergono solo cattive notizie4 per le persone avanti negli anni. Nonostante leta, infatti, alcuni dei soggetti anziani (sei su 16) si sono rivelati abili a memorizzare le varie immagini proprio come i piu giovani. E il loro cervello mostrava unattivita molto simile a quella dei ragazzi nellaccendersi e spegnersi in base alle diverse necessita. Insomma, ricordavano bene e non avevano problemi nellignorare informazioni irrilevanti. Ora i ricercatori puntano a comprendere perche questi anziani ottengono risultati tanto diversi rispetto ai coetanei.
Fonte: AdnKronos (14/09/2005)
link
http://www.molecularlab.it/news/view.asp?n=3127

domenica 30 marzo 2008

Jacob Vassover, l’arte yiddish e la memoria della Shoah


Jacob Vassover nacque a Lodz, in Polonia, l’1 marzo 1926. Vive in Israele. È l’ultimo rappresentante dell’arte yiddish , la pittura degli shtetl , fatta di luce e colore puri, splendida come la Shekinah - la manifestazione dello spirito divino - e innocente come una mitzvah, una buona azione. “È difficile dire se l’arte yiddish avrà un futuro,” spiega l’artista ottantenne, “perché gli eredi di quella cultura quasi distrutta dal nazismo sono pochi e la maggior parte dipinge come se raccontasse delle storie. Io no. Dipingo come si dipingeva nella mia Polonia; dipingo osservando un mondo che è rimasto dentro di me, nella mia memoria. L’arte yiddish deve essere oggi pittura della memoria. La missione della mia vita d’artista è dipingere il mondo che c’era. Io vivo nel mio tempo, ma la mia anima è nel passato, quando a Lodz vivevano decine di migliaia di ebrei.
Dipingo in stili diversi, ma la pittura yiddish è per me importantissima. L’Olocausto ha bruciato tutto… ogni notte ho incubi che mi rincorrono… incubi rossi, così spaventosi che non è possibile descriverli. Al mattino mi alzo, mi ricordo del sogno, dei giorni felici e di quelli infelici, dell’annientamento di tutto. Allora devo andare a dipingere, a ricordare”. Considero Jacob l’artista più importante del nostro tempo, l’erede di una culturache poteva (e forse può ancora) influire non solo sull’immaginario, ma sul pensiero dell’umanità. Un pittore incomparabile, che il mondo non ha ancora scoperto, forse, perché la sua opera rappresenta il simbolo di un dolore senza confini. E dal dolore gli esseri umani tendono a fuggire. Jacob ha visto suo fratello uscire dal camino di un crematorio di Auschwitz-Birkenau. Ha visto i suoi familiari, i suoi amici cadere nelle mani dei carnefici e subire un destino atroce. L’arte yiddish, prima che la popolazione ebraica di Lodz fosse ridotta in cenere, celebrava la vita, la gioia, l’amore, la preghiera. Oggi celebra la memoria. Per restituirci il ricordo di un mondo perduto, Jacob Vassover è scampato alla più feroce persecuzione. Di 250.000 ebrei che vivevano a Lodz prima della Seconda guerra mondiale, meno di 10.000 sono sopravvissuti. Dopo cinque anni nel ghetto, Jacob fu deportato ad Auschwitz-Birkenau, quindi in una fabbrica a Braunschweig. Poco prima della Liberazione, nonostante fosse in condizioni fisiche quasi disperate, dovette affrontare una lunga Marcia della morte, nel corso della quale i suoi compagni morivano uno dopo l’altro. “Valevamo meno dei topi,” ricorda, “e io sopravvivevo pensando a un pezzo di pane. Il pensiero di quel pezzo di pane era il filo che mi legava alla vita”. Il cibo e i ricordi. “Sì, i volti ebraici, i luoghi dove ero cresciuto: sinagoghe, strade, negozi, scuole. Quei cari volti apparivano e appaiono ancora oggi nella mia mente, in continuazione”.


http://www.visions.it/raggix.html

articolo di Roberto Malini