domenica 10 agosto 2008

piccola tesina sulla musica per gianca

- Definite la Musica come strumento utile a curare le malattie in generale, valutando le varie forme con cui si può presentare ad ogni livello percettivo.

La musica può essere considerata un linguaggio universale, che non necessità di alcuna traduzione, presente in tutte le culture. A mio modesto parere il vagito di un neonato alla sua nascita lo si potrebbe interpretare come un primordiale suono musicale.
Fin da piccolissimi, durante la nostra vita fetale percepiamo le vibrazioni di una melodia che filtra attraverso il liquido amniotico e ci trasmette attraverso l’apparato scheletrico al nostro cervello. In qualche modo il codice genetico ha già al suo interno le informazioni che sono in grado di creare un insieme di strutture cerebrali capaci di decodificare un linguaggio, per l’appunto la musica.
Questo spunto di riflessione è partito da un articolo di Andrea Sermonti che scrive su “ Il Giornale della Previdenza dei Medici e degli Odontoiatri” e che da appassionato musicomane e musicista ( anche se scarso) non potevo fare a meno di notare e di offrirlo a voi accordiani.
In questo articolo si parla del rapporto che c’è tra le neuroscienze e la musica.
Parte dell’idea consapevole e ormai superata che le attività creative nascono dall’emisfero destro del cervello, mentre i ragionamenti matematici partano dall’emisfero sinistro. Tutte le convinzioni di un tempo sono completamente da rivedere, grazie ai nuovi metodi di studio dinamici dell’attività cerebrale, in cui la musica svolge in questi studi la parte del substrato ideale per realizzarli.
L’ascolto di un brano attiva le aree uditive della corteccia, ma non soltanto, vengono attivate anche altre parti del nostro cervello ben più estese, come ad esempio l’area visiva. Il messaggio sonoro codificato in armonie musicali è capace di stimolare connessioni neuronali estremamente complesse. Mentre l’emisfero destro, il così detto “emisfero creativo” coglie il timbro della musica e della melodia, il sinistro analizza il ritmo e l’altezza dei suoni, coinvolgendo aree deputate a funzioni diverse, come l’area di Broca (area del linguaggio), che sembra essere capace di riconoscere anche la sintassi musicale. Tutto questo sta ad indicare che la musica ed il linguaggio a livello cerebrale non hanno dei percorsi così distanti tra loro, e tutto questo rafforza l’idea che attraverso la musica si possono aiutare e stimolare le funzioni del linguaggio. ( Ad esempio nei bambini dislessici ).
La musica, come dice l’articolo, e riporto le testuali parole: “…è un linguaggio universale che trascende il significato delle parole, il cervello, oltre ad essere l’organo che inventa e produce la musica, controlla i complessi fenomeni biologici del corpo e la sua struttura così come l’attività elettrica dei neuroni possono essere ispiratori di nuovi schemi compositivi.
La creatività musicale non si ferma al talento, è anche ricerca, e come tale non da voce soltanto agli stati d’animo o pulsazioni emozionali, ma in quanto espressione di elaborata costruzione linguistica, può trarre informazioni strutturali da sequenze, processi logici, regole desunte dal gioco, dalla matematica, dalla natura.”.
Quello che componiamo in un determinato momento della nostra vita, è quindi espressione di ciò che siamo, di ciò che la nostra esperienza riesce a tradurre in suono. Tanto più conosciamo il linguaggio che andiamo a parlare, in questo caso la musica, tanto più raffinata ed espressiva potrebbe essere la nostra musica.
Che strumento meraviglioso è il nostro cervello, un ammasso di cellule e fibre nervose ripiegate più volte su se stesse e racchiuso in una scatola, abbiamo circa 100 miliardi di cellule nervose e 100 mila miliardi di connessioni sinaptiche.
Pensate è da questa struttura così complessa e meravigliosa che è nata e continua a nascere meravigliosa musica.
E’ per questo che non possiamo farne a meno, la musica, spiritualmente e strutturalmene è parte di noi stessi.

Questo articolo è stato scritto ascoltando: The Dark Side Of The Moon ( Pink Floyd); B.B.King, The best Of B.B. King Pornograffiti ( Extreme); Fabrizio De Andrè – 1979 – Arrangiamenti PFM vol 1.

Mi viene in mente che la prima melodia ansiolitica sia proprio la ninna nanna cantata ai propri neonati, cullandoli per aiutarli a trovare l’ispirazione del sonno, della tranquillità e sopratutto di un dialogo intimo e non verbale con la madre, calda e rassicurante.
Mio padre, che non c’è più usava fischiettare ad ogni suo ritorno dal lavoro e questo suo gesto sonoro simbolico risiede nei miei ricordi musicali, nella mia anima, nel mio cuore e per me questa è musica.

Riprendendo il discorso della musica legata alla cura delle malattie, la capacità della musica a guarire l’anima è riconosciuta in tutte le culture e il suo uso terapeutico si perde nella notte dei tempi. Si racconta, infatti, che Davide curasse la depressione di Re Saul con il suono della sua arpa e antichi papiri Egizi risalenti al 1500 a.C. descrivono appunto l’effetto benefico della musica sul corpo umano. In molti popoli primitivi sciamani e stregoni curano le malattie con suoni e canti.
Esistono molti casi documentati di persone in stato di coma prolungato (mesi o anni...) essersi risvegliati grazie all’uso della musica fatta loro ascoltare per periodi prolungati.

A mia memoria, si potrebbe collegare la musica, in un caso legato alla sonata K448 per due pianoforti di Mozart, che è stata utilizzata per valutarne l’effetto in alcuni pazienti che soffrivano di epilessia. Con il risultato di migliorare le prestazioni intellettuali dei soggetti e evitare l’insorgere delle crisi. La notizia è apparsa nel 2001 sulla prestigiosa rivista Journal of the Royal Society of Medicine Inglese.
E’ stato stabilito che la musica vivace come Mozart, Vivaldi, la Polka, la Salsa e il Reggae sono più indicate per alleviare la depressione e la tristezza.
Per concludere la ricerca moderna ha confermato i benefici psicoterapeutici della musica. Anche in esperimenti con gli animali esposti alla musica in confronto ad altri ad una terapia del comportamento standard, si sono ottenuti risultati migliori negli animali del primo gruppo.Il che è confermato indirettamente dal fatto che oggi in molti ospedali e istituzioni la musica è utilizzata per alleviare i disturbi dell’umore, dolore, tensioni e allentare il senso di isolamento.

• Descrivi un evento particolare in cui la musica ti abbia colpito in particolar modo.

Nella mia vita esiste un album magico dal titolo “The Koln concert” di Keith Jarrett suonato nel 1975, in cui per alcuni motivi il pianoforte con cui doveva esibirsi era scordato, ma lui non si fece prendere dal panico, anzi, incominciò a suonare nota dopo nota sulla tastiera del pianoforte che sembrava sfidarlo e improvvisando riusci’ a regalare al pubblico un concerto indimenticabile. Improvvisare, ecco mi soffermo su questa parola che racchiude il vero significato della musica a mio personale parere. La vera musica, nasce dal cuore e dall’anima e quindi non ha dei precisi canoni, nasce…e basta. ogni artista nella sua musica, cerca di trasmettere delle emozioni alle persone che l’ascolteranno…ed ogni persona a suo modo le elabora e le vive in modo univoco…e personale, tornando indietro nel tempo, quando era un bambino e ritorniamo al vagito del neonato alla sua nascita, forse la vera musica ha inizio in quel preciso istante per poi accompagnarci per tutto il resto della nostra esistenza terrena. Mi vengono in mente artisti come Giovanni Allevi che grazie al suo pianoforte dispensa di ricche emozioni il suo pubblico…musica che nasce dalla sua anima di getto…che dire poi del magnifico album “ Alone” di Cecilia Chailly che ha voluto dedicare al padre scomparso nel 2002, è riuscita assemblando le voci sue da bambina insieme ai suoi cari, e grazie al suono di vari strumenti a regalarci momenti profondi di mistica dolcezza e spiritualità nata da un grande amore paterno…la musica, ecco cosa rappresenta per me, attimi di emozioni, che abbiamo l’opportunità di fare nostri, solo se siamo allineati con essa…dobbiamo aprire i nostri cuori per sentire le mille note magiche che ogni giorno ci circondano. Aretha Franklin con il suo brano “ I say little a prayer” inneggia all’amore con parole bellissime che con la musica ci fanno sognare ad occhi aperti…concludo con Louis Armstrong e l’indimenticabile sua canzone” What a wonderful world”…magia allo stato puro, per palati buoni di musica vera…



Cosa rappresenta per te la Musica nella tua giornata, esprimi il tuo parere.
La musica, è la mia compagna di viaggio sia nelle ore diurne ( tragitto per il lavoro ) e pure nelle ore notturne, mi addormento ascoltando i brani dal mio inseparabile I.Pod.
E’ varia la musica che ascolto, dipende dal mio stato umorale, però ogni brano riesce a regalarmi emozioni uniche che mi proiettano come in una vita parallela dove io in prima persona sono partecipe di uno splendido spettacolo musicale legato a ricordi visivi di momenti belli vissuti…la musica per me rimane una compagna fedele, che non ti tradirà mai, ed è fonte inesauribile di gioia illimitata…
Metaforicamente parlando, la musica la si potrebbe paragonare al Popolo Migratore ( un bellissimo film documentario dedicato agli uccelli che migrano in terre lontane ), nel senso che la musica nel suo complesso migra nel nostro pianeta terrestre grazie ai canali televisivi e alle parabole satellitari, raggiungendo ogni persona che grazie all’uso di lettori mp3, si porta la musica in giro per allietare le proprie ore. La musica è il fischiettio dell’uccellino dalle piume azzurre ( legato al bel film K-Pax ), è il suono dei gabbiani in volo felici, è il primo vagito del neonato, è la ninna nanna della mamma per i propri figli e se ci pensiamo bene, quando una persona è sul punto di passare ad altra vita, spesso l’ultima parola che pronuncia, è proprio mamma, la persona che gli ha regalato il suo primo vagito facendolo nascere…e come un magico ciclo vitale, la musica nasce con noi, per condurci mano nella mano nel nostro percorso su questo pianeta terrestre…ma in definitiva, la musica siamo proprio noi…con i nostri sogni e la nostra voglia di vivere al massimo il tempo che qualcuno ci ha voluto donare, e il tempo, si sa, non va assolutamente sprecato…musica permettendo…
Sono giunto al termine della mia piccola tesina dedicata alla musica e in suo omaggio, ho trovato qualche frase di persona celebre e la voglio dedicare a tutti gli amanti della musica e della vita.



“ Suonate con tutta la vostra anima e non come un uccello ben addestrato”
C.Ph E. Bach
“ Qualunque sia l’intensità del suono col quale voi eseguite un passo, forte o fortissimo, piano o pianissimo, tenete conto degli accenti metrici, ritmici, patetici e fateli risaltare.
Non bisogna sotto pretesto di colorire, livellare e distruggere queste bellezze dell’espressione”
M. Lussy
“ Nel vero artista la sete di conoscere e di apprendere non cessa che con la vita. E uno dei mezzi più efficaci per ampliare la cerchia delle proprie cognizioni è quello di studiare i sommi compositori e di comprendere i grandi interpreti “
Noi dobbiamo riconoscere due categorie di artisti, cioè quelli che producono e quelli che interpretano, e conviene che non passa fra essi che questa differenza materiale”
F. Liszt
“ Dodici note in ogni ottava e la varietà del ritmo mi offrono delle opportunità che tutto il genio umano non esaurirà mai “
I. Stravinskij
“ Ascoltare la musica di Mozart significa sentire che è stata compiuta una buona azione. E’ difficile dire con precisione dove sia questa buona influenza, ma indubbiamente essa è benefica, quanto più vivo e meglio la conosco, tanto più amo la musica “
P.I.Chaikovskij
“ La musica è la voce di ogni dolore, di ogni gioia. Non ha bisogno di traduzione “
H. Exley
“ Musica, il più grande bene che i mortali conoscano. E tutto ciò che dal paradiso noi abbiamo quaggiù “
J.Addison

mercoledì 23 luglio 2008

The Koln Concert




"Non possiedo nemmeno un seme quando comincio a suonare. E' come partire da zero. [...] Il jazz è lasciare che la luce brilli. Non cercare di accrescerla, lasciarla essere" (K. Jarrett).
Queste due frasi potrebbero bastare a recensire l'intera discografia di Keith Jarrett. Chiunque abbia mai eseguito dell'improvvisazione totale, a qualsiasi livello e su qualsiasi strumento, sa che la seconda frase è dannatamente vera. Se provi solo un momento a strafare, a suonare una nota che non senti, l'ascoltatore se ne accorge e l'atmosfera si fa tesa, perciò devi riprenderti subito l'ispirazione altrimenti va tutto a puttane.
"Solo nell'improvvisazione l'ascoltatore ha la possibilità di avere un reale contatto con il musicista, senza la normale distanza che esiste in altri tipi di esecuzione. Ogni nota non è scritta su uno spartito è non è stata neanche prevista prima. Ogni nota è nel presente ed è viva".
Queste parole possono non avere alcun senso per qualcuno di voi ma credetemi, il concerto di Colonia ne è la prova. Forse per questo nessuno è stato abbastanza matto da recensirlo finora, perché pensare di poter spiegare questa musica è veramente una mattata. Infatti la infarcirò di citazioni di Jarrett. Meglio lasciar parlare lui.
Comunque, il presentimento che questo sarebbe stato un concerto particolare (diciamolo pure, di merda) si ebbe quasi subito, come narra uno dei classici dell'aneddotica: 24 gennaio 1975. Jarrett è arrivato il giorno stesso in macchina dalla Svizzera, dopo aver passato una notte in bianco. Ha mangiato da un quarto d'ora in un pessimo ristorante. Incazzato, con i krauti sulla bocca dello stomaco e la palpebra pesante raggiunge il teatro dell'Opera, dove al posto del Bosendorfer grancoda che aveva ordinato c'è un buffo attrezzo che "suonava come una pallida imitazione di un clavicembalo o un piano barrelhouse, era lungo sette piedi e neanche era stato revisionato". In più si vede praticamente costretto a suonare nella parte centrale della tastiera, visto che gli estremi sono piuttosto scordati.
Nel backstage Keith attende il suo momento. Ormai non gliene importa più nulla, forse non ha neanche il formicolìo ai piedi da pre-concerto. Se ne sta seduto ad aspettare che gli si tolga questo dente, con la testa già in America, e il mento sul petto.
E' il momento. Keith entra, fa l'inchino e va a sedersi.
Gli applausi sfumano.

"La cosa più importante in un mio concerto è la prima nota o le prime quattro note. Se hanno sufficiente tensione, il resto del concerto viene da sè, quasi naturalmente [...] bisogna solo raggiungere il nucleo della musica e poi questa suona da sola".
Ascoltate le prime cinque note del concerto. Più che tese sono sospese, come in levitazione. Poi il resto va da sé.
"Se si è un improvvisatore, un vero improvvisatore, si deve avere familiarità con l'estasi (io direi "l'ispirazione", n.d.r.), altrimenti non si entra in contatto con la musica. Quando si compone si aspetta che questi attimi particolari giungano (appunto, l'ispirazione n.d.r.), in qualsiasi momento questo accada. Può anche darsi che oggi non arrivino. Ma quando s'improvvisa, alle otto di stasera per esempio, è necessario avere una tale familiarità con questo stato da poterlo raggiungere comunque".
Molti brani del concerto li conosco a memoria. Li ho marchiati nel cervello, come altre diverse migliaia di persone. Questo disco è notoriamente il più venduto di Jarrett, e l'unico bestseller jazz a non essere un disco jazz.
I puristi infatti hanno cominciato subito a storcere il naso (e ad ascoltarlo e riascoltarlo in gran segreto), ma qualcuno dovrebbe spiegargli che questo non è jazz. E' Keith Jarrett.

fonte:
http://www.debaser.it/recensionidb/ID_3928/Keith_Jarrett_The_K_F6ln_Concert.htm

se volete fare un magico regalo alla persona a voi cara, questo cd è decisamente il modo giusto per farvi ricordare per sempre!! parola di gianca :-)

Horowitz The last romantic











Si tratta di un eccezionale documentario intervista girato a casa del celebre pianista. Più che un'intervista, in realtà, è un dialogo fra persone che conoscono la musica, un dialogo a livello familiare, con la differenza che è stato filmato. Horowitz si rivela essere un uomo davvero simpatico e profondo al tempo stesso: un uomo di grande cultura, musicista supremo e pianista fenomenale, nonostante l'età avanzata (ha già superato gli 80 anni). Siamo nel salotto di casa sua, e fra un dialogo ed un altro, si siede al pianoforte, è il caso di dirlo, a miracol mostrare. Il suo Bach-Busoni è semplicemente una delle cose più sensazionali che abbia mai ascoltato di Bach, all'improvviso non si è più in questo mondo, ma lontani dal caos e dal disordine: le ottave che iniziano il pezzo, così profonde ed allo stesso tempo di una qualità spirituale altissima, sono un miracolo. La sonorità del pezzo non ha niente di umano, eppure è di una qualità umana indescrivibile. Ed ecco, appena spento l'ultimo accordo di sol maggiore, che riprende a parlare come se non avesse appena dato voce alle sfere più elevate della coscienza. E parla di tutto, del suo amore recente per Mozart, del quale esegue la sonata in K.330, di nuovo con un suono spirituale ineguagliabile, dei suoi ricordi di Toscanini, del quale ha sposato la figlia Vanda, insieme a lui nel documentario. E' particolarmente spiritoso quando Peter Gelb gli chiede quale sia la foto che preferisce fra quattro appese alla parete, e lui esita... infine indica Rachmaninoff e Toscanini, al che la moglie interloquisce immediatamente: "Non preoccuparti, dì pure che preferisci Rachmaninoff!". Egli era stato amico del grande compositore, che rimase abbagliato dall'esecuzione che il giovane pianista aveva dato del suo terzo concerto. Quando si incontrarono la prima volta, egli eseguì il concerto per il compositore, e Rachmaninoff lo accompagnò al secondo pianoforte! Diventarono immediatamente amici, e si frequentarono fino alla morte del grande uomo, avvenuta nel 1943.
Fra altri ricordi ed interessantissime riflessioni, il Maestro ci regala una versione unica dell'Impromptu di Schubert, iniziato come se una voce arrivasse da un altro mondo, e finito in un fragoroso fortissimo, con gli accordi riempiti arbitrariamente. Che dire dello scherzo di Chopin? Una delle migliori interpretazioni del pezzo, anche se Sviatoslav Richter si riferì a questa con l'aggettivo "spaventoso". Per me, invece, è semplicemente ineguagliabile! Mi è particolarmente cara la Consolation in REb, perchè restituisce Liszt alla sua dimensione religiosa, il suono non è "dolce" come spesso viene suonato Liszt in questi casi, conferendo al pezzo un carattere sentimentale, bensì "sottile" ed allo stesso tempo "grande", intimo e sommesso perfino, di una forza espressiva che sfiora il miracoloso. Anche la celebre Polonaise è resa in maniera poco fedele al testo, ma è ugualmente convincente. La cinepresa riprende dall'alto il celebre passaggio ad ottave della mano sinistra, per la gioia di tutti i pianisti, e del resto le inquadrature rivelano al meglio il gesto pianistico meraviglioso ed assolutamente unico. Se osserviamo le mani dei grandi pianisti, notiamo come queste esprimano una forte personalità, sono modellate in maniera tale da far pensare che il lavoro e l'anima le abbiano modellate alla loro causa elevata. Quelle di Horowitz sono forse le più belle, fra quelle a me note, come intagliate nel marmo: non grandi quanto quelle di Richter (Horowitz prendeva una decima e non di più, osservate bene il video e basatevi anche sulle testimonianze sue e di altri), ma incredibilmente belle.
Bè, tutto qui, spero che l'ipotetico lettore possa prendere questo dvd, testimonianza inestimabile dell'arte di uno dei più grandi pianisti di ogni tempo.

Il dvd
Sia la qualità audio che video sono ottime, restituiscono appieno il suono del grande pianista.

In conclusione
Grande occasione di avvicinarsi ancora una volta all'arte di Horowitz, e ottimo inizio per chi non lo conoscesse ancora. Fra tutti i documenti su Horowitz, questo è quello che preferisco. E' stato quello che me l'ha fatto conoscere, e devo a lui se sono riuscito ad entrare nel mondo di Bach. Non so come abbia fatto, ma con quella trascrizione di Busoni, Horowitz mi ha aperto le porte alla conoscenza, e soprattutto all'amore, per questo grande compositore che non ero mai riuscito a comprendere.

articolo di Andrea Rossi
fonte:
http://www.spaziofilm.it/content/archivio/articolo_dvd.asp?id=4060

martedì 24 giugno 2008

Il bacio di Klimt



Nel Bacio si esprime la visione di abbandono e dedizione della donna nei confronti dell'uomo, uomo rappresentato proteso in avanti, in atteggiamento di forza protettiva e tenerezza nei confronti di chi si abbandona totalmente a lui: l'accento in questo caso si pone, quasi un'eccezione nel panorama della produzione klimtiana, sul connubio ideale, spirituale e fisico, delle due figure. Particolari espressivi quali l'estrema definizione delle mani maschili, nodose e affusolate al contempo, a contrasto con il nitore della diafana pelle della giovane innamorata, attribuiscono all'uomo una identità di approdo, di porto sicuro in cui potersi abbandonare, languidamente espresso dallo stato estatico della donna, finalmente libera di esprimersi nella sua fragilità femminile, con una mano morbidamente appoggiata sulla nuca maschile e l'altra in cerca di un tenero sostegno come in una carezza, rimettendosi a lui interamente.
Non più quindi donna conturbante e solitaria, arbitro unico del mondo maschile in un gioco di rimandi e ammiccamenti erotici, ma dualità di principi vitali che si fondono, in un reciproco scambio di sensi e amore infinito, fissato nell'attimo di compenetrazione spirituale attuata dall'atto del dare e del ricevere.
Rapiti in estasi estatica, gli amanti spiccano al centro della tela con tutta la forza espressiva del decorativismo simbolico ed allegorico di Klimt, in uno stile bidimensionale in cui lo sfondo altro non sembra che il riverbero del fulgore dell'oro dei corpi che, insieme, cinge e accoglie il momento estatico dell'Amore. Neppure il prato fiorito, con la sua vivace policromia, riesce a catturare lo sguardo. Questo è rapito dal gesto stesso e dal biancore della donna: ancora una volta protagonista, ma completa solo in quanto appagata dall'amore di colui che ama, a cui concede i suoi sensi, sentimenti, emozioni, in un abbandono totale ed incondizionato. E' ancora una volta la donna, dunque, a trasmettere la pienezza interiore più intensa, punto di partenza e di arrivo di sensazioni che in lei prendono forma e trovano la strada d'esprimersi: amore e morte, voluttà ed innocenza, salvezza e perdizione.
La netta separazione dei due sessi, evidenziata dal codice simbolico di elementi geometrici quadrati e spigolosi per l'uomo e di forme circolari e spiraliformi per la donna, trova la sua trascendenza nell'aura che circonda entrambe le figure, incarnazione dei due principi vitali a cui sembra far eco la cascata di triangoli d'oro, appendici e radici di vita, congiuntamente allo sfondo che, in una sorta di 'pendant' simmetrico, nasconde, con un sapiente gioco di trasparenze ed affioramenti, le stesse forme geometriche e sinuose dei due amanti.
Superamento, dunque, della conflittualità espressa nelle altre opere, in un crescendo di unione spirituale che si traduce in una purezza ideale, racchiusa in un'aura mistico-erotica in cui l'erotismo si percepisce in modo etereo ed impalpabile, forza vitale che si genera dall'unione dei due amanti.
Klimt, nel Bacio, è così riuscito nel difficile, se non impossibile tentativo, di fermare l'attimo di compenetrazione totale, di 'sympatheia' dell'amore, fissando in una dimensione a-temporale ed a-spaziale quel gesto di respiro cosmico che vive di per sé, incarnato nell'intreccio degli amanti. Irreale e reale al tempo stesso, il Bacio immerge lo spettatore in un mondo onirico di non-tempo, unica realtà spazio-temporale in cui trovano modo di esprimersi i sensi primordiali e le pulsioni vitali. Il fascino del quadro risiede nell'impossibilità di compenetrazione in tale perfetta, simbolica, eterna unione, nell'inafferrabilità di quel vago che l'avvolge, di cui si percepisce l'essenza ma non la sostanza, nell'ineffabilità ed indefinibilità di quell'atmosfera da subire. Mondo onirico, dunque, dove cessano i contatti con l'esterno ed in cui il non-tempo scaturisce dalla fissità del gesto incastonato tra preziosismi bizantineggianti, assolutezza stellare dello sfondo, astrattezza coloristica delle vesti, in un'atmosfera di totale estraniazione dal mondo.

fonte
http://www.giornalediconfine.net/n_2/art_9.htm

Once






















I piccoli miracoli della musica
Recensione del film Once (2006)
a cura di Luciana Morelli

Scorre come una musica dolce la storia tra Lei e Lui, cominciata per caso tra le corde di una chitarra e trascinata dal tubo di un aspirapolvere rotto, tra frasi non dette e carezze negate, tra sguardi appassionati, dolci abbracci e lunghe passeggiate in moto verso il mare.

Forse la persona giusta da amare si incontra una sola volta nella vita, e quando capita non si può lasciarla andare via, per nessun motivo. E' quello che hanno fatto i due protagonisti di questo film, ma solo nella vita reale. Il 37enne Glen Hansard, ex-leader del gruppo irlandese The Frames, e la giovanissima pianista e attrice ceca Markéta Irglova (appena diciannovenne), sono i protagonisti di Once, produzione irlandese indipendente del 2006, applauditissima all'ultima edizione del Sundance Film Festival, che ha avuto un grande successo anche negli USA. Il perché di tanto clamore è presto spiegato: Once racconta un'insolita storia d'amore e musica, quella di due musicisti che non si chiamano mai per nome, due anime perse nella fredda Dublino che si incontrano per caso, e uniscono per un breve periodo il loro cammino. Il risultato è un film di rara intensità, una love story fuori da ogni cliché, in cui ad avere più importanza di tutto è la sintonia, soprattuto musicale, quell'ispirazione unica e travolgente che viene dal cuore quando ci si innamora.

Lei è un'immigrata dell'est, un'eccellente pianista costretta a fare la colf per mantenere la figlioletta e che ha scelto Dublino per cominciare una nuova vita; Lui uno straordinario cantante di strada che per sfamarsi ripara aspirapolveri nel negozio di suo padre. Entrambi hanno un sogno nel cassetto, lei di avere un pianoforte tutto suo, lui quello di incidere un disco con le sue canzoni. Canzoni che ha scritto per una donna speciale che l'ha appena lasciato per trasferirsi a Londra, facendolo piombare nella disperazione.

Il regista e ideatore di questo piccolo gioiello intriso di amore e musica è John Carney, ex-bassista dei Frames con la passione per il cinema, che raggranella un po' di soldi qui e là (tra sovvenzioni statali e risparmi propri) e poi propone all'amico Glen Hansard (che in un primo momento si rifiuta di recitare e propone la parte all'amico Cillian Murphy, poi ritiratosi per mancanza di doti vocali) di fare un film sulla 'sua' musica, recitando e cantando le 'sue' canzoni con la sua incredibile voce. Si parte subito: il ruolo da protagonista femminile va alla nuova partner musicale di Hansard (la Irglova, appunto) e senza chiedere permessi per le riprese in strada, decolla la produzione di Once. Con lenti speciali per riprese a distanza, macchine da presa nascoste lontano dalla scena (si vedono furgoni passare e persone allibite per il furto raccontato nella prima scena) e una troupe di poche anime, Carney gira il film in soli 17 giorni e con 150 mila euro, risparmiando su tutto, anche sulle riprese in interno, girando direttamente a casa di Hansard e di altri amici.

Lo potremmo definire in tanti modi: un musical indipendente, un dramma musicale, una storia d'amore ed altri imprevisti, ma sbaglieremmo in ogni caso, perché Once è qualcosa che va oltre, è un'opera cinemusicale che trasuda emozione, un film capace di arrivare al cuore, di commuovere con una semplicità imbarazzante. La musica, anziché essere invasiva, è quasi incidentale, cantata quasi sempre dal vivo, mentre le immagini, nitide e traballanti, somigliano a quelle di un documentario; è forse per questo che in alcuni momenti si ha l'impressione di assistere ad alchimie e a sguardi 'veri', piccoli istanti magici in cui la realtà si sostuituisce alla fiction.

Indimenticabile il duetto che i due intonano sulle splendide note di Falling Slowly, romantica colonna sonora del film, una canzone che ti entra dentro, capace di addolcire l'anima dalla prima all'ultima nota. Scorre come una musica dolce la storia tra Lei e Lui, cominciata per caso tra le corde di una chitarra e trascinata dal tubo di un aspirapolvere rotto, tra frasi non dette e carezze negate, tra sguardi appassionati, dolci abbracci e lunghe passeggiate in moto verso il mare. Un amore mai consumato, confessato, ma che come un fiume scorre fino a valle per poi perdersi nell'abisso delle occasioni perdute. E' bello avere dei sogni ma talvolta per realizzarli bisogna fare delle scelte dolorose.
Scelte che nella vita i due protagonisti non hanno fortunatamente dovuto fare, visto che, non è chiaro se già da prima oppure dopo il film, Glen Hansard e Markéta Irglova, oltre ad essere ormai un duo professionalmente inseparabile, hanno una bellissima storia d'amore.

Data di pubblicazione: 30.11.2007

fonte
http://www.movieplayer.it/articoli/04388/i-piccoli-miracoli-della-musica/

un film per chi ama la musica e l'amore! :-) gianca
quante volte puoi trovare la persona giusta?... :-)

giovedì 12 giugno 2008

Se (Lettera al figlio, 1910)







Con questa lettera, datata 1910, Rudyard Kipling cercò di insegnare al figlio a distinguere fra il bene e il male

Se riesci a conservare il controllo quando tutti
Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti
Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio;
Se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,
O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,
O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall'odio,
E tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio;

Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;
Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
E trattare allo stesso modo quei due impostori;
Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi
O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori;

Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
E perdere e ricominciare di nuovo dal principio
E non dire una parola sulla perdita;
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tener duro quando in te non resta altro
Tranne la Volontà che dice lor "Tieni duro!".

Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,
Se non riesce a ferirti il nemico né l'amico più caro,
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
Se riesci a occupare il minuto inesorabile
Dando valore a ogni minuto che passa,
Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,
E - quel che è di più - sei un Uomo, figlio mio!

Rudyard Kipling

la fonte della foto è:
http://www.zam.it/2.php?id_autore=1563

venerdì 30 maggio 2008

Rabindranath Tagore


Quando mi passò accanto velocemente,
l’orlo della sua veste mi sfiorò.
Dall’isola sconosciuta d’un cuore
Venne improvviso un respiro caldo di primavera.
Fu un tocco fugace che svanì
In un momento come il petalo di un fiore reciso
Trasportato dall’aria.
Ma si fermò sul mio cuore come un sospiro
Del suo corpo, come un sussurro dell’anima.

da Il Giardiniere

Rabindranath Tagore “ Il canto della vita”


Con amore, con vita, con canto, con profumo,
con tremito, un torrente di pura luce
si è riversato in cielo e in terra.
A poco a poco si spezzano tutti i legami
E prende forma la felicità:
la vita s’è risvegliata piena d’ambrosia.

Anch’io mi sono destato in dolce pace,
in puro piacere come il fior di loto,
per portare ai tuoi piedi tutta la mia felicità.
In una luce diffusa dentro il cuore
Bella, rosea, splendente si alzò l’aurora.
Un velo è caduto dalle mie pupille affaticate.

dicembre 1907

da Ghitangioli

Rabindranath Tagore “Il canto della vita”